I cani nel Mazdeismo

Il mazdeismo tiene in gran considerazione i cani, ai quali dedica l'intero Fargard 13 dell'Avesta. Chi maltratta i cani viene punito duramente nell'aldilà: "Chiunque colpirà un cane pastore o un cane da guardia o un cane Vohunazga, o un cane ammaestrato, quando passerà all'altro mondo, la sua anima volerà, ululando più forte e dolente, afflitta più di una pecora in una fitta foresta buia quando vaga il lupo". A meno che il peccato non venga espiato attraverso le pene corporali prescritte (ad esempio settecento colpi di frusta aspahe-astra e settecento di pungolo sraoso-karana per chi uccide un cane da guardia).
Dei cani sono posti addirittura a guardia del ponte di Cinvat, il ponte che l'anima deve superare per accedere al Paradiso.
Ma il cane, allo stesso tempo, viene anche considerato responsabile delle proprie azioni, come fosse un essere umano, e come tale viene punito: "Se il cane sbrana una pecora o morde un uomo gli si taglierà l'orecchio destro. Se il cane sbrana una seconda pecora o morde un altro uomo, gli si taglierà anche l'orecchio sinistro".
Il lupo apparentemente non è trattato alla stregua di un cane, e gli incroci tra i due animali sono considerati problematici: la lupa che si incrocia con un cane va uccisa perché darà alla luce dei cani che si avventeranno contro gli altri cani e distruggeranno l'ovile.
Curiosamente tra i cani è menzionato il porcospino, definito "il cane con il dorso spinoso".
Ancora più curiosamente, il testo riporta che quando mille spiriti di cani morti si fondono assieme tornano alla vita sotto la forma di una lontra, animale che infatti gode di altrettanta considerazione: "Colui che uccide una lontra causa siccità, e così non ci saranno pascoli". Il benessere e la prosperità non torneranno finché "l'uccisore della lontra non sia stato colpito a morte e all'anima santa della lontra non sia stato offerto un sacrificio per tre giorni e per tre notti".

Statua di un mastino trovata a Persepoli, Museo Nazionale di Teheran




Bibliografia: "Avesta", a cura di Arnaldo Alberti, UTET 2013

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