Stregati dalla dea: tra neopaganesimo, occultismo e matriarcato primordiale


Una rivisitazione della Venere di Sandro Botticelli ad opera di Stephen J Ott, per la copertina di Goddes Unmasked di Philip G. Davis


Secondo alcuni l’Europa preistorica, fondata sul culto di una grande dea madre e caratterizzata da una completa uguaglianza tra uomini e donne, se non addirittura da un predominio dell’elemento femminile su quello maschile, visse un’epoca di pace e di elevata civilizzazione interrotte solo dall’invasione dei popoli indoeuropei, patriarcali e bellicosi. La storia dei secoli successivi sarebbe stata segnata dalle guerre e dall’oppressione della donna a causa di questo retaggio indoeuropeo e dell’influenza del patriarcato semitico, penetrato nel continente col cristianesimo. Oggi nuove forme di spiritualità lottano contro queste tradizioni considerate ostili al femminino e cercano di ricollegarsi a quel mitico passato pre-indoeuropeo sostituendo al monoteismo giudaico-cristiano, per altro indicato come sessualmente repressivo, il  liberatorio “culto della dea”, all’interno del quale le donne svolgono i ruoli più importanti. Ma cosa c’è di vero nella ricostruzione storica accettata da questi movimenti? Chi ha parlato per la prima volta di un matriarcato primordiale o di società gilaniche? E quali sono le implicazioni di teorie di questo tipo?

La risposta a queste domande passa per un intreccio di femminismo, archeologia, occultismo, liberazione sessuale ed utopie socialiste e comuniste.


Donne e sesso nei mondi utopici dei pensatori francesi

Già nella Francia a cavallo tra XVIII e XIX secolo compaiono alcuni degli elementi che ci interessano, lo stesso termine “femminismo” viene coniato in questo contesto.  Tuttavia non si deve pensare che il luogo e il momento fossero chissà quanto favorevoli all’emancipazione femminile: mentre effettivamente alcuni intellettuali isolati come il Marchese di Condorcet  si erano spinti a chiedere che le donne potessero accedere ad un’istruzione più ampia per emanciparsi da una condizione di minorità che non era naturale ma socialmente imposta, la maggior parte dei protagonisti dell’epoca conservava ancora idee molto conservatrici al riguardo, preferendo “liberare” il sesso piuttosto che le donne.
È l’era della letteratura pornografica, da quella violenta e senza freni del Marchese De Sade a quella più blanda di Nicolas Edmé Restif de la Bretonne (che comunque non risparmia al lettore fantasie velatamente incestuose). Dal nome di quest’ultimo, ossessionato dai piedi femminili, deriva il termine “retifismo”, che indica proprio questo tipo di feticismo.
Restif aveva anche idee sul mondo che non avrebbero sfigurato in pieno Rinascimento. Per lui i pianeti sono esseri viventi ermafroditi che, copulando tra loro o per autofecondazione, generano piante e animali. L’intero universo è popolato di spiriti che si reincarnano continuamente come rocce, piante, animali ed esseri extraterrestri (qualche idea simile è stata menzionata anche nel nostro articolo sui mormoni). Le affermazioni che fa su Dio sono parimenti curiose: secondo Restif Dio è un fluido vitale che permea tutto l’universo (in questa idea forse fu influenzato dal coevo mesmerismo), ma allo stesso tempo ha la necessità di urinare e nel soddisfare questo bisogno produce le comete. Crede inoltre che il sesso sia una sorta di esercizio sacro che coinvolge questa energia della vita, e in questo precorre in un certo senso le idee sull’energia orgonica di Wilhelm Reich, un allievo di Freud che sosteneva di aver avuto contatti con gli extraterrestri e che costruiva oggetti che a suo dire erano in grado di accumulare e convogliare l’energia dell’universo, che poi è la stessa che secondo Reich si libererebbe durante un orgasmo, ecco perché l’aggettivo “orgonica” (In un’occasione Reich utilizzò una di queste macchine, per la precisione il cloud buster, capace a suo dire di dissolvere le nuvole, per indirizzare un flusso orgonico addirittura contro un’astronave extraterrestre!).
Nella visione di Restif però c’è anche la necessità di disciplinare rigidamente il sesso: nella sua società utopica vigono una netta separazione tra i sessi, matrimoni combinati e pene severe per gli adulteri. Le donne non godono poi di grossa considerazione, dal momento che sono importanti soprattutto per dare piacere all’uomo e che in se stesse non hanno in alcun modo il principio della vita (Restif infatti aderiva a quelle teorie secondo le quali solo il seme maschile è responsabile della formazione di un nuovo individuo nel grembo della madre).
Restif potrebbe essere stato tra i primi, se non il primo addirittura, ad aver utilizzato il termine “comunismo”. Aveva vagheggiato un nuovo sistema di distribuzione dei beni che avrebbe eliminato dal mondo la povertà. In una sua opera una scimmia prende la parola contro il mondo degli uomini e critica, assieme ai costumi sessuali tradizionali e alla schiavitù, la proprietà privata. Altrove immagina invece dei viaggi interplanetari e colloca la società comunista perfetta sul pianeta Venere.

Mentre Restif è un pioniere delle fantasie comuniste, Charles Fourier con le sue idee ha ispirato diverse comunità socialiste come quella della Reunion presso Dallas. Contro il male che Fourier identifica nel capitalismo è necessario, a suo dire, liberare gli istinti e le passioni delle persone (in questo lo si potrebbe considerare in parte un precursore del freudismo rivisitato di Herbert Marcuse), distruggendo innanzitutto i vincoli monogamici: ogni uomo doveva poter avere più donne e ogni donna doveva poter avere più uomini. I bambini naturalmente in questa società utopica vengono allevati dall’intera comunità.
Nonostante le sue vedute sul sesso, Fourier si definiva un cristiano, e vedeva nella sua società utopica la vera realizzazione del messaggio cristiano (va detto che effettivamente alcune delle prime esperienze di messa in comune dei beni sono nate all’interno del cristianesimo primitivo). Tuttavia Fourier era probabilmente influenzato da Swedenborg, dalla massoneria, da Restif e perfino dal marchese De Sade.
Nonché dal mesmerismo
: ad incoraggiarlo a pubblicare le sue teorie c’era soprattutto Pierre Ballanche, mesmerista di Lione.
“Il nuovo mondo amoroso”, un testo pubblicato postumo, dà un’idea delle idee radicali di Fourier su società e sesso. Si descrive la comunità utopica di Armonia, in cui i rapporti sessuali e sentimentali possono esprimersi sotto forma di orge, poligamia, omosessualità ecc. Ma il rapporto monogamico esclusivo è visto con diffidenza, e in generale gli incontri erotici non sono spontanei ma organizzati mediante tribunali, studi scientifici delle affinità, codici ecc.  Ognuno deve dedicare all’amore una parte fissa della propria giornata, in compenso lo stato si adopra per garantire proprio a tutti la soddisfazione del piacere sessuale,  anche ai cittadini anziani, attraverso l’istituto dell’angelicato, una prostituzione di stato affidata a selezionatissimi specialisti. Tutto ciò si rende necessario  perché, secondo Fourier, la repressione sessuale esercitata dalle società tradizionali genera una frustrazione che si riversa poi in impulsi sadici.
Si interessò anche delle teorie sull’evoluzione dei viventi, e fu oggetto di derisione per  una sua convinzione particolarmente bizzarra: Fourier era convinto che l’uomo avrebbe sviluppato l’archibras, una sorta di coda con una mano alla sua estremità. Ma non è la sua unica idea strana in ambito naturalistico: sosteneva che la realizzazione della sua società utopica avrebbe prodotto, nel giro di qualche generazione, esseri umani dall’altezza media di due metri e con aspettativa di vita di 144 anni. E dal momento che anche Fourier per certi versi era un pensatore rinascimentale, alla realizzazione sulla Terra di questa utopia doveva corrispondere uno specifico mutamento cosmico: l’asse terrestre avrebbe variato la propria inclinazione liberando le regioni polari dai ghiacci, le aurore boreali avrebbero interessato regioni più estese e avrebbero riversato sugli oceani una quantità di acido citrico sufficiente a dar loro l’aroma della limonata.


Victor Considerant, discepolo di Fourier, venne continuamente bersagliato dai vignettisti satirici, che lo dotavano tradizionalmente della coda teorizzata dal suo maestro, prendendosi l'unica libertà di munirla di un occhio anziché di una mano

Per quel che concerne il tema che vogliamo trattare, è importante evidenziare che per Fourier la storia dell’umanità è contrassegnata innanzitutto dalla caduta da uno stato edenico primordiale, causata dall’introduzione del matrimonio che ha inselvatichito l’uomo instaurando una violenta società patriarcale, e dall’impegno che l’uomo ha successivamente profuso per risollevarsi da questo stato attraverso l’invenzione delle arti e delle scienze. Secondo Fourier il progresso dell’umanità è inevitabilmente legato all’estensione dei diritti femminili. A lui è accreditata in genere l’invenzione del termine “femminismo”.
Mentre nei suoi ultimi giorni Fourier era sprofondato in una spirale di paranoia e alcoolismo, dopo la sua morte alcuni dei suoi seguaci arrivarono quasi a divinizzarlo, e di sicuro le sue idee ispirarono comuni sperimentali in varie parti del mondo.
Un’analoga devozione religiosa post-mortem fu riservata a Claude Henri de Rouvroy, conte di Saint-Simon, definito dai suoi seguaci “Salvatore del mondo, successore di Mosè e Gesù”. Tra i pionieri dell’evoluzionismo sociale e teorizzatore di utopie tecnocratiche, con Fourier condivideva la professione di una fede cristiana molto personale e ben lontana dall’ortodossia. I sansimoniani ci interessano perché il loro vangelo che prometteva la liberazione delle capacità umane, autentica anticipazione dei movimenti del potenziale umano del Novecento, comprendeva l’emancipazione delle donne. Uno dei mezzi per ottenerla era l’ultrapromiscuità sessuale che, confondendo i lignaggi paterni, avrebbe restituito alle donne la loro importanza come madri. Questa era soprattutto l’idea di Prosper Enfantin, che realizzò anche una comunità monastica organizzata secondo regole da lui stabilite.  Le autorità sciolsero questa comunità per presunte attività sovversive e immoralità, e la vicenda si concluse con la condanna di Enfantin ad un anno di carcere.
Uscito di galera si mise alla ricerca della donna Messia che aveva profetizzato e accanto alla quale avrebbe costituito la coppia Padre-Madre necessaria a guidare la sua comunità. Questa ricerca della “Madre” fu continuata dai suoi discepoli, guidati da Emile Barrault, anche attraverso annunci sui giornali. Quando due ragazze affermarono di aver avuto una visione della Madre a Costantinopoli, Barrault organizzò una spedizione per andare ad accoglierla (in quest’occasione incontrarono tra l’altro un giovane Giuseppe Garibaldi). Quando questa non si fece vedere per il periodo atteso, maggio 1833, alcuni affermarono che in realtà si trovava in India, ma Barrault respinse questa pretesa come un’eresia e il gruppo infine si sciolse.
Negli anni ’30 dell’Ottocento un culto simile fu guidato a Parigi dal mistico Simon Ganneau, che si era affibbiato il titolo di Mapah (una fusione di “madre” e “padre”). Il movimento era denominato “Evadismo”, dall’unione di “Adamo” ed “Eva”, e professava la fraternità tra uomini e la parità tra maschi e femmine. Secondo una testimonianza in un’occasione aveva presentato se stesso e una donna che era con lui e che sembrava in stato sunnambolico come re Luigi XVII e sua moglie Maria Antonietta tornati dalla morte.
Tra i sansimoniani che si misero alla ricerca della Madre profetizzata da Enfantin vi è una pioniera del socialismo e del femminismo, Flora Tristan. Nella sua attività letteraria tornano i temi messianici e femministi, nonché la polemica contro lo status quo rappresentato dalla morale cristiana.
Tra le sue conoscenze più particolari, Alphonse Louis Constant, più tardi noto come mago e cabalista con lo pseudonimo di Eliphas Levi. Costui aveva tentato senza successo la via del seminario, successivamente aveva incontrato Mapah Ganneau e poi aveva scritto un libro che gli procurò non pochi guai, la “Bibbia della libertà”. In questo testo invitava i poveri che avevano deciso di farla finita con la vita a scegliere delle modalità di suicidio che portassero con loro nella tomba anche dei ricchi. A causa di questo incitamento alla violenza venne incarcerato, ma qui ebbe modo di fare conoscenza degli scritti di Swedenborg, nonché di avere visioni mistiche della fine del mondo. Una voce in particolare gli suggerì di riunire l’umanità sotto la guida della Madre. Sul matrimonio ebbe però parole sprezzanti, considerandolo la più cinica forma di prostituzione esistente. Da mago sarà colui che aprirà le porte della magia, fino a quel momento di prerogativa maschile, alle donne.


La più celebre rappresentazione del Bafometto si deve ad Eliphas Levi che la realizzò attorno al 1854

A questo clima culturale appartiene anche Jules Michelet: la sua visione della donna è molto conservatrice, ma anche fortemente idealizzata a causa della morte della sua amata. È stato tra i primissimi a parlare della stregoneria come di una religione della natura primordiale che venne tramandata in segreto per secoli dalle donne, oppresse dalla cristianità gerarchica e patriarcale (come molti in quest’epoca, Michelet non aveva per nulla simpatia per la Chiesa, forse anche perché la sua amata, sul letto di morte, aveva  preferito far affidamento su un prete piuttosto che su di lui). Il tema dell’amata morta che ispira un’idealizzazione del femminino è quasi tipico di questa epoca: Mapah Ganneau si diede al suo peculiare misticismo dopo la depressione scaturita dalla morte della sua compagna, August Comte divinizzò la sua amata defunta nella sua religione dell’umanità, e prima di questi c’era stato in Germania il poeta Novalis segnato a vita dalla morte di Sophie von Küln.


Idealizzazione del femminino nel Romanticismo tedesco

Dopo questo lutto il poeta tedesco aveva sviluppato una spiritualità del femminino che è di qualche interesse: nell’opera incompiuta “I discepoli di Sais”, riprendendo in parte un tema già sfruttato da Schiller in “L’immagine velata di Sais”, racconta di una rivelazione mistica ottenibile disvelando una statua di Iside nel Tempio di Sais e dietro la quale si celerebbe il segreto di un possibile ritorno del mondo a quell’età dell’oro persa all’origine della nostra epoca di decadenza. L’avvento di una nuova era associato all’antica religione egizia era un tema già trattato, era per esempio una delle convinzioni di Giordano Bruno, e avrà una certa fortuna anche nei secoli successivi, basti pensare all’eone di Horus profetizzato da Aleister Crowley.
Ma non c’è solo Iside nella poesia di Novalis: nonostante il suo retroterra culturale protestante, il poeta arriverà a scrivere anche versi alla Vergine Maria.
L’intero movimento romantico tedesco portò indirettamente a concepire l’idea di una maggior emancipazione femminile, in quanto i romantici esaltavano il sentimento ed era opinione comune che questo fosse soprattutto il dominio della donna. Assieme a questa nuova idea di donna anche una nuova spiritualità, sempre più spesso neopagana, con i simboli cristiani sopravvissuti solo in quanto reinterpretati in funzione della nuova sensibilità del periodo. Per non parlare del culto del popolo e del sangue, che agli inizi del secolo successivo avrà ricadute catastrofiche.
È significativo che l’idea stessa di “eterno femminino” sia nata in ambito romantico, partorita dal genio poetico di Goethe: “Tutto ciò che passa non è che un simbolo, l’imperfetto qui si completa, l’ineffabile è qui realtà, l’eterno femminino ci attira accanto a sé”.
La citazione è tratta dal “Faust”, opera che contiene diversi elementi di questa nuova spiritualità del femminino.  Fondamentale la discesa di Faust nel mondo sotterraneo presieduto da misteriose dee Madri. Goethe per questa parte del libro si era ispirato alla biografia di Marco Claudio Marcello scritta da Plutarco: qui viene riportato che una città siciliana fondata dai cretesi, Engyon, era stata la sede centrale di un culto tributato a delle dee conosciute come Madri.
Quindi l’ambiente tedesco riscopriva la donna come quello francese ma in maniera diversa. Per trovare qualcosa di più affine a Fourier e Saint-Simon tra i tedeschi si può guardare a Wilhelm Heinse, che in “Ardinghello e le isole felici” condanna la monogamia e presenta un’utopia in cui le donne forti e indipendenti scelgono liberamente i propri partner sessuali, crescendo poi i propri figli facendo a meno del supporto della figura paterna. Non manca, nel ricettario, l’onnipresente sesso di gruppo.


La teosofia

Abbiamo già accennato al ruolo decisivo svolto da Eliphas Levi nel promuovere l’ingresso delle donne nel mondo dell’occulto e dell’esoterismo. I due grandi fenomeni di fine Ottocento in tali ambiti saranno però la teosofia e lo spiritismo.
La pretesa di poter comunicare coi defunti (ma non solo, dal momento che presto spunteranno fuori anche contatti con esseri di altri pianeti) nella sua versione ottocentesca nasce con le esperienze medianiche delle sorelle Fox, sebbene abbia un chiaro precedente almeno nel misticismo di Emmanuel Swedenborg, per non parlare di alcuni aspetti oscuri del mesmerismo (infatti non mancarono persone che affermarono di aver visto, in trance mesmerica, i loro cari defunti).



Franz Anton Mesmer tratta una paziente, Charles Dupotet, L'Art du Magnetiseur, 1862



La Società Teosofica di Helena Petrovna Blavatsky è stato invece probabilmente il fenomeno ottocentesco dall’influenza più vasta e duratura, infatti non è la prima volta che la citiamo, e merita di essere trattata un giorno nel dettaglio. Qui basti ricordare che l’avventuriera russa (combattè al fianco di Garibaldi vestita da uomo, per dirne una) sosteneva di ricevere rivelazioni da superiori sconosciuti che comunicavano con lei telepaticamente. La dottrina che ne risultò, in buona parte una distorsione di autentiche dottrine indiane, è estremamente complessa, ma si configurava, in estrema sintesi, come uno scenario in cui le persone potevano evolvere spiritualmente attraverso una catena di rinascite. Come in altre antiche tradizioni (orfismo, sette gnostiche ecc), le anime vengono concepite come scintille di divino da liberare dalla prigione della materia. Il mondo per la Blavatsky attraversa dei ciclici cosmici caratterizzati ognuno da una specifica razza. I primi esseri umani che popolarono la terra furono creati dai Signori della Luna ed erano puri spiriti, dunque si riproducevano semplicemente desiderandolo. La seconda razza umana fu quella degli Iperborei, più “psichici” che spirituali, abitanti di regioni polari oggi coperte dai ghiacci. La terza razza abitava un continente oggi scomparso chiamato Lemuria, nell’attuale Oceano Indiano, ed era caratterizzata da mezzi di riproduzione più fisici, mentre le precedenti erano costituite da individui androgini che in qualche modo emanavano la propria prole. La quarta razza era quella costituita dagli abitanti di Atlantide, con un corpo pienamente fisico, ed è la razza che chiude il processo di decadenza dell’uomo. Dalla quinta razza, che saremmo noi, l’uomo ha ripreso ad ascendere. Dopo di noi nascerà una sesta razza in America, mentre la settima sarà quella che realizzerà il ritorno all’unità cosmica e la dissoluzione dell’universo. Alla fine di ogni ciclo la razza caratteristica viene enormemente decimata da cataclismi, e i superstiti si evolvono nella razza successiva o  resistono per un po’ come vestigia della precedente ma in una forma corrotta destinata a morire lentamente in un processo di continua decadenza. Nella nostra era, secondo la Blavatsky, tali relitti biologici, vere e proprie razze inferiori, sarebbero ad esempio gli aborigeni australiani e gli Ottentotti, razze a cui è ormai preclusa ogni possibilità di evoluzione spirituale. Se le assonanze col nazismo dovessero sembrare ancora lievi, si noti che la Blavatsky, venuta a conoscenza delle innovative idee sulla famiglia linguistica indoeuropea, che all’epoca veniva chiamata “ariana”, diede il nome di “ariani” ai rappresentanti della quinta razza che erano destinati ad evolversi nella successiva, raggiungendo un superiore status spirituale. E il simbolo che secondo la Blavatsky li rappresentava era proprio lo Svastika, termine sanscrito poi divenuto femminile in Occidente.


Il simbolo della Società Teosofica, notare la svastica in alto, orientata nel verso opposto rispetto a quello della più famosa svastica nazista
La Società Teosofica avrà una svolta molto importante sul sociale con Annie Besant, nata come militante atea e socialista e finita a raccogliere l’eredità della Blavatsky nella società da lei fondata. Tra le sue iniziative la distribuzione di volantini che promuovevano il controllo nascite, operazione per cui fu condannata per distribuzione di materiale osceno, e la fondazione di una loggia massonica per donne (tradizionalmente la massoneria era preclusa alle persone di sesso femminile).
Ad un certo punto si era messa in attesa di un futuro grande maestro mondiale, il Signore Maitreya delle tradizioni buddhiste, e ad assisterla vi era Charles W. Leadbeter. Costui si era occupato di allevare e istruire ragazzi giovanissimi che erano ritenuti speciali da un punto di vista spirituale. Ad esempio tra i protetti di Leadbeter c’era un ragazzino presentato al mondo come reincarnazione di Pitagora. Tuttavia Leadbeter finì presto al centro di uno scandalo in quanto fu accusato di aver tenuto una condotta sessualmente immorale con i suoi allievi. L’unica accusa che si riuscì a provare è che Leadbeter aveva consigliato a questi ragazzi la pratica della masturbazione per tenere a bada le proprie voglie. Prima che la situazione degenerasse comunque fece in tempo, assieme alla Besant, a riconoscere in un ragazzino di nome Jiddu Krishnamurti il Maitreya tanto atteso. La Società teosofica lo allevò e istruì affinché potesse compiere la sua missione, ma nel frattempo Rudolf Steiner (fondatore del metodo educativo oggi noto come pedagogia Waldorf o steineriana e della pratica pseudoscientifica dell’agricoltura biodinamica) causò uno scisma nella società fondando l’Antroposofia. Infine, ultima beffa, Krishnamurti abbandonò la Società teosofica non appena divenuto abbastanza grande, distruggendo di fatto tutto il lavoro e le aspettative di chi aveva creduto in lui.


Krishnamurti, Leadbeater, Besant
Quello che ci interessa è che in seno a questo movimento  stava nascendo un primo culto della dea: così come Krishnamurti era stato identificato come veicolo di manifestazione del Maitreya, una certa Rukmini Devi, che successivamente sarebbe diventata famosa come  danzatrice e coreografa Bharatanatyam, venne indicata come la prescelta dai Mahatma (i grandi sapienti che comunicavano telepaticamente coi leader teosofici) per instaurare una nuova era in cui avrebbe regnato una figura chiamata Madre del Mondo.
Risparmiandoci maggiori dettagli per trattazioni future, qui riportiamo che diverse figure femminili saranno protagoniste anche negli anni successivi in tutte le denominazioni teosofiche, in vari movimenti new age derivati da queste e perfino nell’Antroposofia di Rudolf Steiner, in cui gioca un ruolo non secondario anche la personificazione femminile della Sophia.


La danzatrice e coreografa Rukmini Devi


L’ariosofia

Prima dello scisma Steiner era stato a capo della filiale tedesca della Società teosofica, una succursale che avrà un’influenza decisiva su importanti eventi successivi. Le idee propagandate da questa in Germania fecero presa sugli occultisti Guido von List e Adolf Lanz von Liebenfels. Il primo era anche un sostenitore del pangermanesimo, ossia quell’ideologia che mirava ad unificare tutti i gruppi etnici di lingua tedesca del continente europeo sotto una nuova grande nazione germanica. Affermava di aver avuto visioni dell’antica e gloriosa civiltà teutonica durante i suoi viaggi astrali, e nei suoi libri dava interpretazioni esoteriche dell’Edda e dell’alfabeto runico. Inaugurò anche una polemica destinata ad avere una sua fortuna in alcuni ambienti: secondo List il cristianesimo era un fenomeno deprecabile e da annientare in quanto aveva soppresso l’antica e superiore cultura germanica. L’incontro con le teorie teosofiche, soprattutto con la dottrina delle sette razze e degli ariani, lo portò ad elaborare un suo personalissimo neopaganesimo razzista: gli Ariani, devoti del dio immanente Wotan, erano governati da una gerarchia di iniziati noti come Armanisti dotati di poteri spirituali, ma il cristianesimo li aveva poi corrotti facendo loro perdere questa protezione spirituale. Secondo List però non tutto andò perduto e l’eredità spirituale di questa cultura si tramandò fino ad oggi segretamente attraverso i Templari, i Rosacroce e la Massoneria. Questa è solo la prima di una galassia di teorie neopagane basate sugli Ariani che collettivamente prendono il nome di Ariosofia.
List nel 1905 fondò addirittura una società per propagandare le sue idee, la Società List, e in questa si radunarono tanto occultisti quanto militanti pangermanisti (tra i membri più in vista lo spiritista e teosofo Franz Hartmann). Qui prese vita un’attesa escatologica in salsa ariana la cui figura messianica era lo Starke von Oben (il “forte dall’alto”), atteso per la fine della Grande Guerra, profetizzata per il 1932.
La Società List influenzò, tra i tanti, anche Adolf Lanz von Liebenfels, un ex cistercense che aveva abbandonato l’ordine per motivi ignoti e che nel frattempo si era appassionato all’occultismo. Nel suo libro “Teozologia, la scienza delle nature scimmiesche sodomite e l’elettrone divino” fuse occultismo di vario tipo con la teosofia e col darwinismo sociale, insegnando che la Terra era stata abitata originariamente da due diverse razze: un gruppo umano di fisicità imponente, capigliatura bionda e poteri eccezionali e una sorta di scimmie di natura chiaramente inferiore. Secondo Lanz, che chiama a suo sostegno passi biblici reinterpretati in modo ardito, le donne della prima razza furono sedotte dai maschi di natura scimmiesca, dando vita ad un’infame progenie ibrida. Questi incroci finirono col diluire e corrompere il sangue puro degli originari uomini divini. Le diverse varietà umane che oggi popolano il pianeta dovrebbero le loro differenze ad un differente livello di corruzione del sangue, e i biondi ariani non sarebbero altro che la razza meno corrotta, dunque quella superiore.  Le più vicine alle scimmie primordiali invece gli Ebrei e gli Slavi. Gli appassionati di dottrine eccentriche forse avranno già fatto un collegamento mentale con le rivelazioni mistiche che Don Guido Bortoluzzi affermò di aver ricevuto sulle origini della razza umana. In effetti le tesi di Lanz, o una qualche loro evoluzione, stanno molto probabilmente alla base delle tesi propugnate dal prete bellunese.
Comunque per sperare di tornare alla purezza originaria, Lanz sosteneva la necessità di ricorrere alla sterilizzazione degli individui subumani, allo sterminio delle razze inferiori e ad altre misure eugenetiche di questo tipo. Questo avrà fatto venire in mente invece Adolf Hitler e il nazismo. Non è un caso: anche se Hitler mostrò il più delle volte mera tolleranza verso le fantasie neopagane dei suoi sottoposti e generale indifferenza per le questioni religiose, a parte una forte antipatia per il cristianesimo e per la Chiesa cattolica in particolare, dissimulata solo in occasioni pubbliche dove si espresse in modo non sincero per opportunismo, è assai probabile che sia stato influenzato dalle tesi ariosofiche che andavano molto di moda nei circoli pangermanisti. In particolare va ricordato che il Partito Tedesco dei Lavoratori, il primo nucleo del partito nazionalsocialista, tra i suoi promotori aveva la Società Thule, ramo di Monaco di un ordine occulto fondato da membri della Società List, e che il giovane Hitler leggeva regolarmente Ostara, una rivista che Lanz aveva fondato per diffondere le sue idee e che ospitava anche contributi di teosofi e membri della Società List. Nel 1907 Lanz fondò addirittura l’Ordine dei Nuovi Templari, una fratellanza occulta dedita a pratiche di magia cerimoniale finalizzate alla restaurazione della razza ariana puro sangue. Tra le varie cose si dedicò all’uso delle misure craniometriche per stabilire le componenti razziali di ogni individuo.
Per quanto riguarda Ostara, questo nome derivava da un'antica dea pagana della cui esistenza però gli studiosi non sono affatto certi. Tutto cominciò con la riscoperta di un passo di Beda Venerabile (673 - 735) in cui si speculava sull'etimologia di Eosturmonath, antico nome utilizzato per indicare il mese di Aprile. Beda ci dice che la parola, comunemente tradotta ai suoi tempi come "mese pasquale", in realtà derivava dal nome di una dea della primavera, Eostre, a cui il mese era stato dedicato prima dell'avvento del cristianesimo. Non sappiamo se Beda avesse fatto una sua personale associazione fonetica, se stesse ripetendo una credenza comune ai suoi tempi o se avesse avuto accesso a testimonianze a noi non pervenute, resta il fatto che la sua è l'unica menzione di una dea chiamata Eostre, completamente sconosciuta alle fonti precedenti, cristiane o pagane. La ricostruzione di Beda è credibile, e potrebbe realmente spiegare le origini del termine inglese adoperato per indicare la Pasqua, "Easter", e anche una serie di toponimi, che però potrebbero essere parimenti ricondotti alla parola che indica l'est, piuttosto che a questa fantomatica dea. Ma di lei non sappiamo proprio nulla, nonostante siano state ricondotte a lei anche le storie e le tradizioni legate al coniglio pasquale e alle uova dipinte. Anche Jacob Grimm, uno dei due fratelli studiosi di folklore famosi per la loro raccolta di fiabe di area germanica, non poteva saperne più di Beda quando concluse che Eostre fosse soltanto una versione locale di una divinità germanica molto più diffusa chiamata Ostara. Lo studioso si era basato sul modo in cui veniva chiamata la Pasqua nell'alto tedesco, "Ostara" appunto, ma oggigiorno gli studiosi spiegano questo termine in un modo molto più semplice: si tratterebbe della corruzione della parola utilizzata per indicare la Pasqua dai missionari anglosassoni, che com'è noto evangelizzarono una buona parte della Germania.
Per quanto riguarda l'associazione con conigli o lepri, il primo a compierla fu il mitologo Adolf Holtzmann, che a fronte di una tradizione evidentemente già diffusa scriveva che probabilmente la lepre doveva esser stata un animale sacro ad Ostara. Ora, che i leporidi e le uova di Pasqua possano avere origini pagane è verosimile, probabilmente sono stati da sempre e un po' ovunque ovvi simboli di fertilità, e quindi perfetti per essere inseriti nel contesto primaverile in cui cade anche la Pasqua, perché dall'uovo nascono i piccoli di vari animali e perché conigli e lepri sono notoriamente molto prolifici. O, ancora più semplicemente, l'associazione non è nemmeno un prodotto culturale ma è presente già nella natura, visto che la schiusa delle uova e la proliferazione di lepri e conigli sono eventi che si osservano tipicamente in primavera (perciò tali elementi possono presentarsi in culture diverse senza dover per forza ipotizzare un'influenza tra di esse). Ma l'associazione con un'antica dea di area germanica, della cui esistenza nemmeno siamo certi e che quasi sicuramente comunque non si chiamava precisamente Ostara, è stata inventata di sana pianta nel XIX secolo. Il primo riferimento a questi elementi folkloristici comunque risale al XVII secolo, quando Georg Franck von Franckenau racconta in un saggio che in alcune regioni della Germania i bambini vanno alla ricerca di prelibate uova nascoste dai grandi nella convinzione che le abbia deposte la lepre pasquale. L'emigrazione di queste genti verso il continente americano sta poi alla base dell'attuale diffusione di certe usanze negli Stati Uniti d'America. Le prime due raffigurazioni "americane" del coniglio pasquale con le sue uova la si deve ad un emigrato tedesco, il pittore Johann Conrad Gilbert. Gli Stati Uniti sono anche il luogo in cui la lepre viene gradualmente soppiantata dal coniglio, probabilmente perché questo animale era più diffuso.
Ma se lepri e uova nulla c'entrano con la presunta dea Ostara, da dove derivano quelle storie mitologiche che i neopagani raccontano per rivendicare la festa di Pasqua così come hanno tentato di fare anche con Ognissanti e Natale? Infatti esistono racconti secondo i quali, diversità nei dettagli a parte, la dea Ostara avrebbe trasformato un uccello in lepre, lasciandogli però la facoltà di deporre uova. Sorprendentemente non c'è il minimo indizio a favore dell'antichità di questi racconti, il riferimento più lontano nel tempo che riusciamo a trovare risale al 1883: un certo K. A. Oberle, in una sua opera intitolata "Überreste germanischen Heidentums im Christentum", afferma per l'appunto l'esistenza di un mito in cui la dea Ostara trasforma un uccello in lepre. Per l'affermazione specifica non cita fonti, ma i suoi riferimenti dichiarati per tutto quanto concerne la dea Ostara è il già citato Holtzmann, che però, come sappiamo, non aveva mai fatto riferimento a simili racconti di metamorfosi, limitandosi a dire che la lepre doveva essere un animale sacro ad Ostara. L'ipotesi è che Oberle abbia frainteso un passo di Holtzmann in cui questo diceva che la lepre doveva essere stata in origine un uccello, visto che depone uova. In realtà Holtzmann sembra voler dire che probabilmente in origine l'animale sacro alla dea dovesse essere stato un uccello, non che un uccello sia stato trasformato nella famosa lepre in un mito. Oberle potrebbe anche aver travisato di proposito le affermazioni di Holtzmann, visto che il suo libro era progettato proprio per resuscitare il paganesimo nella Germania cristiana. La mistificazione ebbe comunque molto successo, infatti già nel 1900 era oramai opinione diffusa che la tradizione della lepre pasquale fosse antichissima. Il racconto della trasformazione operata dalla dea Ostara diveniva sempre più popolare e si arricchiva di dettagli in precedenza assenti.

Coniglio di Pasqua con uova, acquerello di Johann Conrad Gilbert


Una raffigurazione della dea Ostara, qui alterata in Ostera, dal numero del 9 aprile 1903 del Valentine Democrat, giornale del Nebraska



Lo sdoganamento delle donne nell’occultismo: la magia sessuale

Un altro paese da tener d’occhio a cavallo tra XIX e XX secolo è l’Inghilterra: qui fiorirono gruppi massonici ispirati ai rosacroce. Da questo humus provenivano W. R. Woodman, William Wynn Westcott e Samuel Liddell Mathers, i fondatori della Golden Dawn, che presero a dare maggior rilievo alla magia cerimoniale. Questo ordine è importante per vari motivi, innanzitutto, per quel che ci interessa qui, perché inseriva le donne in un ambiente da cui queste erano normalmente escluse. Uno dei motivi principali per cui si concesse alle donne un coinvolgimento in pianta stabile è che in quel periodo gli occultisti erano sempre più interessati ad approfondire la magia sessuale, le cui radici affondavano nei testi alchemici. La scoperta della letteratura spirituale orientale che avviene nell’Ottocento poi fa entrare i maghi occidentali in contatto col tantrismo, che fornì ulteriore materiale a sfondo sessuale. Forse ad introdurre gli occultisti inglesi al tantrismo fu il pornografo Edward Sellon, che nel 1865 scrisse “Annotazioni sulle Sacre Scritture indù”. Non necessariamente però si dovevano realizzare veri e propri rapporti sessuali, ad esempio nella Golden Dawn i rapporti maschio-femmina sembrerebbero essere rimasti su un piano più mistico.
Tra i membri famosi della Golden Dawn il poeta irlandese W. B. Yeats e Mina Bergson, moglie di Mathers e sorella del filosofo Henri Bergson (per la cronaca, anche le idee di quest’ultimo sono state considerate da alcuni di derivazione teosofica). Importante segnalare che la Bergson tentò di restaurare assieme al consorte una specie di culto di Iside. Occultismo a sfondo egizio anche nell’attività di Florence Farr, un’altra donna appartenente alla Golden Dawn che poi lasciò il gruppo per un’esperienza in ambiente teosofico seguita da un’altra a Ceylon presso il guru Sir Ponnambalan Ramanathan, che secondo gli spiriti guida della Farr era il veicolo dell’azione della forza di Cristo.
Ma la donna di maggior rilevanza della Golden Dawn, il primo grande gruppo ad accogliere una nutrita presenza femminile, è Dion Fortune (al secolo Violet Firth), figlia di due cristiani scientisti. Il cristianesimo scientista è una religione secondo la quale la materia e il male sono solo illusioni (e dunque la consapevolezza è la chiave per guarire dai mali), rimarchevole tra le varie cose per aver insistito sulla natura anche materna di Dio, al punto da chiamare Dio “Padre-Madre”. L’avanzamento sociale delle donne dell’epoca era inoltre interpretato come il preludio all’avvento di un’era dello Spirito Santo (che non può non far pensare a Gioacchino da Fiore), il quale era considerato come l’aspetto femminile di Dio.
La Fortune divenne psicanalista ed entrò nella Golden Dawn, da cui fu espulsa con l’accusa di aver rivelato i segreti dell’ordine nel suo libro “Filosofia esoterica dell’amore e del matrimonio”. Ebbe anche forti contrasti con Mina Bergson, con la quale si scambiò attacchi di ogni tipo, anche attraverso mezzi magici. Sostenne di ricevere rivelazioni da Melchisedec, Socrate ed altri maestri, e di ricordare vite passate ad Atlantide o nell’Inghilterra di Re Artù. Anche riguardo ai suoi discepoli se ne dicono: Christine Hartley e Charles Seymour descrissero le visioni di Atlantide ed altri luoghi che avevano visitato durante i loro viaggi astrali. In quelle occasioni incontrarono anche delle divinità del mondo antico, tra cui Iside, che spesso chiamarono “Grande Madre” e che secondo loro venne poi trasformata nella Vergine Maria.



Dion Fortune
La Fortune officiò riti per questa dea e sostenne con riti magici le truppe alleate durante la Seconda Guerra Mondiale (ma la cosa bella è che a questi esperimenti magici si interessarono anche politici, militari ed ecclesiastici, e dalla parte tedesca della barricata si combatteva giocando le stesse carte).
Negli USA un sistema di magia sessuale, denominato Eulis, fu introdotto dall’occultista afroamericano Pascal Beverly Randolph, tra le varie cose anche militante antischiavista e propugnatore del controllo nascite. Si definiva un rosacrociano, e in effetti fondò il primo ordine rosacrociano degli Stati Uniti.
Anche il sistema Eulis favorì l’ingresso delle donne nei movimenti che praticavano la magia, in quanto erano indispensabili per i rituali che Randolph aveva in mente.
Utile alla causa della presenza femminile nel mondo dell’occulto e dell’esoterismo fu anche l’operato di Anna Kingsford (teosofa, femminista, spiritista, militante anti-vivisezione), di cui abbiamo già parlato in un articolosui vaccini. In linea con i dettami del romanticismo, dà un primato conoscitivo al campo dell’intuizione, giudicata una funzione tipicamente femminile. Arriva perfino a fondare un suo ordine ermetico in cui militeranno gli stessi Westcott e Mathers prima di fondare la Golden Dawn con Woodman.
Dalla Golden Dawn foriuscì, come’è noto, il celebre Aleister Crowley. Crowley praticò ampiamente la magia sessuale, avendo rapporti sia con donne che con uomini. Le donne con cui officiava tali riti venivano chiamare “Donne scarlatte” o “Babalon”, in riferimento alla meretrice di Babilonia di Apocalisse 17:2-5, e Crowley le coinvolgeva in esperienze di vario tipo, si ricordi ad esempio il tentativo di far copulare Leah Hirsig con una capra. Cullò tra l’altro il sogno di concepire con una di esse un bambino magico, ottenuto attraverso accorgimenti magici che tenessero lontane le anime umane in cerca di incarnazione dal feto, facendolo animare invece da uno spirito di natura differente.



Leah Hirsig, una delle donne scarlatte di Crowley, qui ritratta dallo stesso mago

Tentativi concreti di dar vita a questo bambino speciale saranno fatti dall’ingegnere missilistico Jack Parson, adepto di Crowley e fondatore di un fondamentale centro di studi per la tecnologia spaziale a Pasadena (California). Assistito da L. Ron Hubbard, futuro fondatore di Scientology, tentò di concepire l’Anticristo con la sua compagna Marjorie Cameron, condotta tra l’altro nel deserto perché avesse, a conferma della sua elezione,  una visione di UFO sigariformi.


Jack Parson e la sua donna scarlatta, sua moglie Marjorie Cameron
Il matriarcato


Johann Jakob Bachofen
Nel 1861 Johann Jakob Bachofen pubblica “Il matriarcato” (nell’edizione originaria in tedesco “Mutterecht”, cioè “diritto materno”), probabilmente in parte influenzato da Michelet e altri autori francesi di cui abbiamo già parlato, sebbene non sia possibile provarlo. In quest’opera capitale si teorizza per la prima volta l’esistenza di una cultura matriarcale antichissima e universale, centrata sulle donne e caratterizzata da una spiritualità “tutta al femminile”, terminata solo con l’avvento del patriarcato. Questo libro ha ispirato generazioni di femministe inserite in movimenti di spiritualità neopagana, e tuttavia queste moderne streghe non furono influenzate direttamente dal libro di Bachofen ma da una selezione di estratti in lingua inglese del 1967, e questo ha fatto veramente la differenza.
Nell’opera originaria Bachofen aveva sostenuto che tutte le civiltà fioriscono attraversando tre fasi:

Stadio tellurico
Una primitiva assenza di organizzazione, in cui i legami sono opportunistici e di breve durata, con le donne ridotte ad oggetto sessuale di maschi predatori. A tal proposito Bachofen parla di “eterismo”, e la dea greca che simboleggia questo stato è Afrodite

Stadio lunare
Una fase di civilizzazione caratterizzata dal predominio delle donne che, attraverso l’educazione dei bambini che spettava loro in quanto madri, insegnano l’amore agli uomini e instaurano, anche con la forza, una ginecocrazia, caratterizzata tra l’altro da una spiritualità femminile e dal matrimonio monogamico ed esclusivo. Le dee greche rappresentative di questo stadio di sviluppo sono Demetra con sua figlia Persefone

Stadio solare
Sorto in seguito al crollo del matriarcato, in Grecia causato dal culto di Dioniso, è il trionfo della cultura patriarcale, con la donna posta nuovamente all’ombra dell’uomo. Il dio greco simbolo di questa fase è Apollo.

Ora, la cosa fondamentale nella teoria di Bachofen è che il matriarcato non è precisamente esaltato, anche se si guarda ad esso con una certa nostalgia almeno sotto certi aspetti. Si considera il trionfo del patriarcato come la piena maturazione della civiltà, e soprattutto come approdo inevitabile e necessario. Al matriarcato si riconosce più che altro l’importanza di aver iniziato il processo di civilizzazione, ma è comunque una fase transitoria. Il motivo dell’enorme influenza postuma che la sua teoria avrà su femministe e “adoratrici della dea”, nonostante descriva il patriarcato come superiore ed inevitabile, sta tutta nel fatto che queste recepiranno la riduzione fuorviante in inglese anziché l’opera originale di Bachofen.
Ad ogni modo, su cosa si basa la teoria di Bachofen? Il metodo dello studioso tedesco, illustrato da lui stesso, è abbastanza discutibile:

“Ci sono due strade verso la conoscenza: la più lunga, lenta e ardua strada della combinazione razionale e il più corto cammino dell’immaginazione, attraversato con la forza e la rapidità dell’elettricità. Suscitata dal contatto diretto con le antiche vestigia, l’immaginazione comprende la verità in un solo colpo, senza collegamenti intermedi. La conoscenza conseguita in questo secondo modo è infinitamente più vivida e colorata dei prodotti della comprensione”

Insomma, Bachofen ammette di affidarsi all’intuizione estemporanea più che all’analisi razionale, e tutta la sua opera offre numerosi esempi di interpretazioni ardite basate su pochissimi dati, collegamenti forzati, selezioni tendenziose dei dati ecc. In particolare Bachofen minimizza le differenze tra culture, che pure esistono, per dar risalto solo ad alcune analogie, che in questo modo appaiono più rilevanti di quanto siano. E il modo in cui tratta il materiale che ha sotto mano è privo di rigore e coerenza, come quando sfrutta l’”Edipo a Colono” di Sofocle per spiegare la cultura dell’Antico Egitto.
La predilezione per l’intuizione e l’organicismo che caratterizza il suo pensiero fanno di Bachofen un romantico in ritardo.
Come esempio del suo ardito modo di procedere, si può guardare alle sue elucubrazioni sulla presunta ginecocrazia nell’antica Licia: predilige miti posteriori a testimonianze storiche anteriori, interpreta molto arbitrariamente alcuni elementi e si concentra solo sui dettagli funzionali alla sua tesi omettendo quelli scomodi. Emerge il ritratto di una società governata dalle donne che però non ha un convincente riscontro archeologico. Vero che Erodoto descrive quella dei Lici come una società matrilineare, ma matrilineare non è affatto la stessa cosa di matriarcale: avevano un’organizzazione matrilineare anche gli antichi Ebrei, per fare solo un esempio, che normalmente non vengono considerati una società in cui le donne avevano particolare potere o prestigio. La trasmissione di beni, nomi e cariche per via materna è solo una convenzione molto pratica per evitare dispute dal momento che mater semper certa est. In effetti nella matrilinearità non è la donna al centro del sistema ma la madre.
Ad ogni modo, tornando all’antica Licia, si deve evidenziare che le iscrizioni rinvenute dagli archeologi mostrano elementi di patrilinearità.
Qualcuno potrebbe menzionare Eraclide Pontico, il quale raccontava che in Licia fossero le donne a comandare. Ora, va considerato che Eraclide ci dice anche che i Lici si dedicavano alacremente a razzie e pirateria, dunque verrebbe comunque meno il postulato di Bachofen sulla natura pacifica delle culture nello stadio lunare, ma la cosa veramente importante è che Eraclide ne parla con accenti polemici che potrebbero giustificare l’affermazione sul dominio delle donne come un’ingiuria lanciata da una persona impregnata della cultura misogina dell’epoca.

L’eredità di Bachofen


La prima cosa curiosa da notare, alla luce del successo strepitoso che ebbe, è che la famosa riduzione in inglese fu pubblicata solo nel 1967, moltissimo tempo dopo “Il matriarcato”, e nell’introduzione si spiegava chiaramente che le teorie di Bachofen oramai  non godevano quasi più di credito nel mondo accademico. In effetti archeologi e antropologi non erano riusciti, in tanto tempo, a reperire tracce convincenti di eterismo o matriarcato.
Tra i lettori delle tesi bachofeniane, James Frazer, l’autore del “Ramo d’oro”. La sua opera celeberrima è oramai superata, ma ebbe un’influenza culturale i cui echi arrivano fino ad oggi. Tra le tesi principali esposte da Frazer c’è quella secondo cui tutte le religioni hanno alla loro base un originario culto della fertilità. Fu lui a popolarizzare l’idea, oggi difficile da sostenere, di un culto di questo tipo, caratterizzato dalla morte e rinascita di un antico dio della fertilità, alle origini del cristianesimo.
Frazer tratta anche del culto di divinità femminili e di matrilinearità, ma non li riconosce come necessariamente legati ad un’organizzazione matriarcale, e in definitiva si mostra diffidente verso l’idea che il potere un tempo possa essere stato appannaggio delle donne. Ciò non toglie che opere di Bachofen compaiano nella bibliografia da lui consultata.
Non sorprenderà che ad utilizzare Bachofen in chiave più “femminista” siano state due donne, la studiosa dell’antica religione greca, e simpatizzante del movimento delle suffragette,  Jane Ellen Harrison e la bibliotecaria lesbica Elizabeth Gould Davis.
La Harrison, basandosi semplicemente sul frequente culto di divinità femminili, favoleggia di una cultura pre-greca sostanzialmente matriarcale e devota ad una sola grande dea, una cultura spazzata via solo dall’invasione di popoli indo-europei portatori di valori patriarcali e soprattutto della monogamia, utilizzata dai maschi come strumento di controllo. La Harrison non nasconde la sua simpatia per il sistema matriarcale, considerato come quello che meglio conserva la connessione tra uomini e natura. Com’è prevedibile, questa autrice ha influenzato le successive teoriche del matriarcato primordiale  e i movimenti di culto della dea, ma nelle loro pubblicazioni generalmente si tace un fatto non di poco conto: la Harrison ad un certo punto ritrattò le sue teorie, spinta dalla lettura di Frazer.
La prima a strumentalizzare una versione mutila della Harris fu Elizabeth Gould Davis, l’autrice del celebre “Il primo sesso”, in cui sosteneva idee radicali e bizzarre come quella secondo cui assassini e criminali congeniti avrebbero due cromosomi Y. Anche lei, col supporto di elementi storici, archeologici e antropologici che oggi ci sembrano insufficienti, ha sposato e diffuso l’idea che un primordiale matriarcato civile e pacifico sia stato spazzato via con la forza da invasori patriarcali. Il suo lavoro però si contraddistingue per una forte polemica contro le chiese cristiane e il retaggio culturale semitico in generale e per l’auspicio di veder realizzato nuovamente in futuro il matriarcato, che secondo la Davis porterebbe alla salvezza della razza umana e addirittura alla conquista di poteri paranormali oggi non disponibili. Nella discussione delle sue tesi la Davis sceglie come esempi soprattutto le culture neolitiche di Creta e Catal Huyuk, su cui torneremo poi. Ora basti dire che “Il primo sesso” non gode di alcun credito al di fuori dei circuiti femministi e che in esso ci sono falsificazioni e manipolazioni volontarie e colpose delle idee professate dalla Harris: non solo la studiosa è citata in maniera furbescamente selettiva, ma nell’opera della Davis compaiono anche citazioni fasulle, frasi attribuite alla Harris ma da questa mai proferite.

Il nascente marxismo non resta immune da tutte queste nuove idee sulla collocazione della donna nella storia. A Marx capita di citare Fourier, Engels espone una sua visione sull’origine della famiglia odierna che è evidentemente debitrice a Bachofen: i primi aggregati umani vivevano in totale promiscuità, poi subentrò la monogamia e un’organizzazione matriarcale e matrilineare, sostituita infine dal patriarcato.
August Bebel affermò invece che la schiavitù nacque quando l’uomo usurpò il potere alla donna, Robert Briffaut che il matriarcato era pacifico e spontaneo, legato al riconoscimento della magia della donna.
Tra le donne va ricordata la suffragetta Matilda Joslyn Gage, critica delle chiese cristiane, ree a suo dire di aver oppresso le donne, avversaria dell’aborto, considerato per lo più imposto dai maschi alle loro donne, e da un certo momento in poi teosofa e appassionata di spiritismo, reincarnazione ecc. In effetti tra le accuse rivolte al cristianesimo ce ne sono di curiose: il cristianesimo per la Gage sarebbe responsabile della diffusione di prostituzione e poligamia, e un’altra cosa che gli veniva addebitata era l’aver costretto le donne a ricevere il battesimo nude. Fu anche la prima ad affermare, non si sa su quali basi, la famosa bufala dei nove milioni di donne uccise durante la caccia alle streghe (questa notizia infondata diverrà un cavallo di battaglia del femminismo anticlericale fino ad oggi). Una delle sue figlie sposò Frank Braun, l’autore del “Mago di Oz”, anche lui teosofo (il nome della protagonista del libro, Dorothy, era quello della nipotina della Gage, morta a soli cinque mesi di vita).
Nella sua appropriazione e rielaborazione del Bachofen “ridotto” si spinse oltre fino a sostenere che in civiltà odierne come quella indù dominavano ancora valori matriarcali. Era la stessa India del sati, cioè del tradizionale suicidio rituale delle vedove che si buttavano sulla pira funebre del marito!
Bachofen influenzò anche il Circolo Cosmico di Monaco, un gruppo di intellettuali riuniti attorno al mistico  Alfred Schuler, indicato talvolta come uno gnostico, una sorta di nuovo cataro, e talvolta come un neopagano. L’idea fondamentale di questo gruppo è che l’Occidente  era decaduto da un’originaria grandezza a causa dell’odiato cristianesimo che aveva tradito le forze primarie della vita: l’unica soluzione era un ritorno al paganesimo, sulle modalità del quale però non esisteva consenso. Tra le attività del circolo elaborati rituali di invocazione della Grande Madre Terra. Alcuni di questi personaggi contribuirono a diffondere tra i nazionalisti tedeschi la fascinazione per un ritorno al paganesimo, l’idea di un sangue corrotto che andava purificato e il simbolo della svastica. Josef Goebbels, futuro gerarca nazista, tentò senza successo di entrare nel circolo.

Le teorie sul matriarcato colpirono anche l’immaginario inglese: Robert Graves, influenzato da Bachofen tramite Frazer, in sostanza fonda il moderno concetto di culto della dea. Immaginò un antico mediterraneo pacifico e retto da un sistema sociale matriarcale interamente orbitante attorno al culto di una sola grande divinità femminile. Gli uomini vivevano in piena armonia con la natura e la poesia trionfava, gli invasori patriarcali però devastarono questo mondo producendo tra l’altro una frammentazione della dea in una molteplicità di divinità minori. Lo spazio lasciato vuoto da questa antica divinità femminile fu preso da un dio maschile, le donne furono asservite all’uomo e la poesia svalutata in nome della logica e della ragione.
Le idee di Graves non avevano fondamento scientifico, in compenso avevano probabilmente una forte motivazione ideologica se davvero ebbe modo di affermare che gli intollerabili problemi del mondo non avrebbero mai trovato soluzione fino a quando le idee di Elizabeth Gould Davis non sarebbero state insegnate a scuola e nelle università.


Psicanalisi


Carl Gustav Jung
Abbiamo già avuto modo di vedere che Sigmund Freud ha inventato almeno in parte i casi clinici che presentava a supporto delle sue teorie.  In effetti tanto lui quanto Carl Gustav Jung hanno derivato buona parte delle loro idee da letture di vario tipo e da una scrupolosa ma per forza di cose personalissima autoanalisi. Non deve sorprendere dunque che parte delle idee di cui abbiamo trattato finora potessero infiltrarsi nelle teorie della prima psicanalisi. Jung ad esempio, come vedremo, recepisce tramite Otto Gross, tra le varie cose lettore e commentatore di Bachofen, determinate idee sugli impulsi sessuali. Ma l’importanza di Jung sta anche nel fatto che l’archeologa Marija Gimbutas, figura cruciale per la diffusione delle teorie sul matriarcato primordiale, si affidò abbondantemente alle sue idee per interpretare il senso dei reperti preistorici che studiava. Inutile ora tentare un riassunto delle sue principali idee, come quelle sull’inconscio collettivo o sugli archetipi, molto più proficuo sottolineare gli aspetti più eccentrici della sua vita: si interessò molto dell’occulto, nella sua famiglia c’erano massoni, spiritisti e veggenti e lui stesso aveva avuto delle esperienze insolite (raccontò di aver assistito a fenomeni di poltergeist più di una volta, e del resto i Sette sermoni ai morti gli furono dettati, a suo dire, dallo gnostico Basilide, vissuto nel II secolo). Apprese perfino ad indursi visioni tramite specifiche tecniche (molto simili a tecniche analoghe presenti negli ambienti teosofici, crowleyani e della Società List, non è da escludere un’influenza). È grazie a queste tecniche che riuscì a intrattenere conversazioni con esseri misteriosi che lui interpretava in chiave alchemica, uno di questi lo invitò ad aprire gli occhi e a riconoscersi come Cristo. Durante la sua formazione all’università di Basilea lesse libri su Mesmer, Swedenborg e altri temi di questo tipo, ma questa ricerca fu incoraggiata soprattutto dall’incontro con Otto Gross, prima seguace e poi contestatore di Freud, che teorizzò che gli impulsi umani soffrono la costrizione e devono essere espressi piuttosto che sublimati. Anche lui sosteneva le tesi di Bachofen e quindi è probabile che Jung le abbia conosciute attraverso di lui.
L’incontro avvenne perché Gross, libertino sfasciafamiglie dipendente da cocaina e morfina, era stato mandato in cura da Jung dallo stesso Freud.
Curiosamente, fu Gross ad influenzare sensibilmente il suo terapeuta, più che il contrario: Gross induce Jung a ripudiare la monogamia e la fedeltà coniugale (del resto lui stesso, pur essendo sposato, ebbe figli da altre donne). Fu in questo periodo che Jung intrattenne una relazione con una paziente, Sabina Spil’rejn, in seguito diventata anch’essa una psicanalista. Sia Gross che Jung visitarono la famosa comunità naturista, teosofica e vegetariana di Monte Verità, antenata delle comuni Hippie degli anni ’60.



Un abitante nudista del Monte Verità, 1907
Comunque molte delle idee più note ed influenti di Jung somigliano così tanto a precedenti dottrine esoteriche che è verosimile che siano derivate dalle sue letture piuttosto che dalla sua esperienza clinica.
Ad esempio la teoria dell’inconscio collettivo era fondata sul caso clinico dell’uomo del fallo solare, un paziente che sosteneva di aver visto un oggetto falliforme nel Sole, esperienza che Jung ricollegò ad un’associazione sole-fallo presente nel mitraismo e di cui aveva letto solo successivamente in un libro del teosofo G. R. S. Mead. L’uomo del fallo solare in realtà era un paziente di Johann Jakob Honegger, assistente di Jung, il quale però iniziò ad esercitare la professione solo nel 1909, fino all’anno in cui si suicidò nel 1911. Il libro di Mead era stato pubblicato già nel 1907, dunque poteva essere stato letto in precedenza sia dal paziente che da Jung ed Honegger. In effetti l’associazione sole-fallo era presente già in due libri molto noti, uno di Fredrich Creuzer del 1810-12 e nel “matriarcato” di Bachofen. Dunque il caso dell’uomo del fallo solare può essere spiegato benissimo senza fare ricorso all’inconscio collettivo.
Ora, le teorie di Jung furono ampiamente promosse dalla Bollingen Foundation, fondata da discepoli americani di Jung, ma questa fondazione, che pubblicava autori in armonia con le tesi di Jung, fu anche quella che pubblicò la famosa riduzione in inglese di Bachofen, con prefazione di Joseph Campbell, esponente di spicco della fondazione che, tra le varie cose, era stato anche autore della prefazione di un’opera della Gimbutas in cui si si parlava dei debiti della studiosa nei confronti delle teorie junghiane e dei suoi legami con Bachofen. Condivideva con Jung una forte ostilità verso il cristianesimo tradizionale. Un’ostilità che però inizialmente non venne ben recepita dalle varie chiese, visto che le teorie di Jung vennero accolte ed apprezzate anche  presso di esse: quando Michael Ingham, vescovo anglicano di Vancouver, esortò la sua chiesa ad istituire una benedizione sacramentale per le coppie omosessuali, citò frequentemente Jung.
La capacità di Jung di farsi accettare è sorprendente: con una terminologia apparentemente scientifica riuscì a far prendere sul serio dal mondo accademico le sue idee intrise di esoterismo. Naturalmente l’altro ambito in cui le sue teorie spopolarono furono i circoli di spiritualità new age.



Un disegno contenuto nel Libro Rosso di Jung, realizzato, come tutti gli altri presenti nel volume, dallo stesso psicanalista

Le streghe: chi erano?

Donne ritenute in grado di compiere sortilegi, fatture e divinazioni compaiono in molte culture e sono una presenza antichissima, perfino l’Antico Testamento cita una necromante nota come Strega di Endor. Tuttavia l’immagine tipica della strega, quella a noi familiare, è relativamente più recente e indissolubilmente legata al contesto cristiano.
L'evocazione dello spirito del profeta Samuele da parte della strega di Endor, vista da Gustav Dorè

Il Medioevo conobbe superstizioni di questo tipo, addirittura è possibile far risalire il sabba delle streghe a quei voli notturni che le donne del Medioevo riferivano di compiere assieme alla figura di Diana. Ma a dispetto di un diffuso luogo comune, per quasi tutto il Medioevo queste donne non erano mai state oggetto di persecuzione da parte delle autorità, ma solo di compatimento, essendo ritenute vittime di suggestione. Come abbiamo già avuto modo di vedere, la Chiesa fu la principale avversaria di tali superstizioni, alle quali si opponeva con il massimo dello scetticismo possibile in quel contesto culturale: si tendeva ad interpretare le esperienze di queste donne come semplici allucinazioni, al limite provocate dal diavolo, ma pur sempre irreali e non pericolose per la comunità. Di malocchi e cose simili si parla già nell’Alto Medioevo, ma è più o meno dal XII secolo che i documenti al riguardo si fanno più numerosi ed emerge una percezione del pericolo di queste pratiche maggiore. Diventano sempre più frequenti racconti di streghe linciate dalla folla o punite dalle autorità locali, tuttavia si parla sempre e solo di maleficio senza riferimenti a patti col diavolo e cose simili. Dal 1258-60 l’inquisizione, che fino a quel momento si era occupata solo di eretici, comincia ad interessarsi anche di sortilegi e divinazioni, ma solo per i possibili legami con idee eretiche. Compaiono intanto i primi documenti papali sul tema, per esempio nella bolla “Super illius specula” Giovanni XXII stigmatizza come peccaminose e inaccettabili alcune attività stregonesche di cui si parlava all’epoca. È a partire dal 1350 che tutti questi elementi sembrano coagularsi a formare lo stereotipo della strega a noi familiare, forse per trovare un responsabile alla grande tragedia della peste nera. Sia come sia, nel XV secolo oramai i racconti di conventicole  volanti, liquidati nei secoli precedenti come semplici allucinazioni, vengono generalmente ritenuti reali e temuti (il termine Sabba si impone in questo periodo). Nel 1484 la bolla Summis desiderantes di Innocenzo VIII inaugura ufficialmente la lotta alla stregoneria. Comunque la famosa caccia alle streghe, che nell’immaginario collettivo è spesso associata al Medioevo e alla Chiesa cattolica, sarà in realtà un fenomeno prevalentemente moderno, avviato nel Rinascimento, e tipico più che altro delle aree protestanti.


Una strega al sabba tributa al diavolo il famoso osculum infame, ossia un bacio sull'ano, in una miniatura del Compendium maleficarum di Francesco Maria Guaccio, 1608



La credenza nelle streghe cominciò a regredire probabilmente dopo i celebri fatti di Salem, Massachusetts, del 1692. Dal momento che la caccia alle streghe è stata spesso interpretata come un esempio di oppressione patriarcale della donna, va precisato che furono processati e condannati per stregoneria anche uomini e che nei processi per stregoneria intentati alle donne generalmente le accuse erano sporte da altre donne.
Sulla natura delle streghe nel Novecento ci si divise in due grandi fazioni: quelli che le consideravano unicamente un’invenzione dei vari inquisitori e quelli che le ritenevano realmente esistite.
Al primo gruppo appartenne ad esempio Elliot Rose, che riteneva inattendibili le confessioni su patti del diavolo e cose simili rilasciate dalle persone incriminate e suggeriva che pozioni, formule e pratiche magiche effettivamente diffuse negli strati popolari fossero state generate dal contatto con i goliardi, intellettuali che, essendo esclusi dai normali circuiti dell’istruzione per vari motivi, si dedicavano al vagabondaggio cedendo spesso ai piaceri di una vita libertina. Queste figure generalmente conoscevano il latino e i rudimenti dei rituali sacerdotali, dunque potrebbero aver trasmesso al popolo delle campagne pratiche di benedizione ed esorcismo. La loro formazione comune potrebbe stare alla base della relativa omogeneità delle pratiche superstiziose etichettate nel complesso come “stregoneria”.  L’ironia di una spiegazione di questo tipo è che collocherebbe nel mondo maschile le origini di un fenomeno che spesso è stato utilizzato come simbolo positivo dal movimento femminista.
Alla seconda fazione appartiene invece Karl Ernst J
ärcke, forse il primo a sostenere che le streghe appartenessero ad un culto segreto di origine pagana e che cospirava per distruggere il cristianesimo. Questa spiegazione era un modo alternativo per render conto dell’omogeneità delle pratiche stregonesche. Järcke, devoto cattolico, naturalmente non simpatizzava con questa religione occulta e coi suoi membri.
Fu Michelet a riprendere l’idea schierandosi però con le streghe e contro la Chiesa. Millantò ricerche durate trent’anni che però non sembra abbia realmente fatto. Lui stesso lascia intendere che la sua opera sull’argomento, “La sorciere”, sia più che altro un manifesto ideologico. Fondamentalmente Michelet con queste sue idee unisce il nazionalismo messianico francese all’idealizzazione romantica delle donne e dei poveri e all’ostilità verso la Chiesa.
Nella visione di Michelet la stregoneria nasce come culto della fertilità e viene represso nei secoli dalla Chiesa. Le donne sono tutte streghe per natura e la stregoneria è la religione originaria dell’umanità, di quella fase della storia in cui le donne occupavano un ruolo preminente nella società.
Secondo Michelet la Chiesa rappresentava gli interessi dei maschi e dell’aristocrazia mentre le streghe divennero protettrici dei poveri contadini. Il loro culto, di base pagano, si rivolse a Satana solo per reazione al cristianesimo, poi entrò in crisi quando i maschi infiltrati presero il sopravvento. Tutto ciò naturalmente non ha le minime basi storiche, l’intera opera di Michelet è piena di affermazioni infondate (ad esempio viene presa per buona la storia fasulla dello Ius primae noctis).


Il vangelo delle streghe, l’antica religione e la Wicca

Un personaggio fondamentale nel nostro excursus è Charles Godfrey Leland (1824 – 1903), lettore di Agrippa, Paracelso e libri di radici neoplatoniche, ermetiche e rosacrociane. In contatto con importanti teosofi coi quali sperimentò pratiche di divinazione, studioso del folklore di zingari e indiani d’America con cui familiarizza, partecipò alle barricate parigine del 1848. L’incontro più formativo lo fece con Justinus Kerner, poeta e medico tedesco pioniere della kleksografia, più tardi adoperata per il famoso test di Rorschach, e studioso del mesmerismo, col quale indusse in Fredericke Hauffe prolungate trance durante le quali la donna ebbe visioni del mondo spirituale e formulò profezie. Tra le persone che si recarono ad assistere a questi esperimenti Friedrich Schelling e Friedrich Schleiermacher.



Una kleksografia di Justinus Kerner, dalla sua opera "Kleksographien" del 1857
Leland dedicò molti dei suoi sforzi alla raccolta di leggende algonchine. Purtroppo analisi posteriori hanno messo in luce i limiti del suo metodo di indagine e l’inattendibilità del materiale raccolto.
Dopo questo sforzo si trasferì in Italia, a Firenze, dove rimase per molto tempo. Fu lì, a suo dire, che Leland incontrò una donna di nome Maddalena, sedicente strega, la quale gli fornì informazioni sul folklore locale e, molto più importante, un manoscritto contenente credenze e rituali di un’antica religione pagana, la “vecchia religione”, che in pratica altro non era che la stregoneria perseguitata dalla Chiesa. Questo culto è politeistico, ma emerge come centrale la dea Aradia, figlia della dea Diana e di suo fratello Lucifero, un dio splendente che però è stato cacciato dal paradiso per il suo orgoglio. Aradia fu mandata ai poveri perché desse loro delle armi (sostanzialmente la stregoneria) contro l’oppressione sociale dei nobili e del clero. Il manoscritto contiene passi abbastanza duri contro la religione cristiana, considerata nemica.
Quando Leland pubblica l’opera le dà come titolo, per l’appunto, “Aradia, o il vangelo delle streghe”.
La religione ivi contenuta enfatizza la centralità delle donne e delle dee.
La posizione degli studiosi riguardo questo testo generalmente  è scettica, non si ritiene verosimile che il testo sia autentico, che nel corso dei secoli sia sopravvissuta un’intera e autentica religione segreta, anziché frammenti di vecchi culti, ecc.

La storica e antropologa Margaret Murray (1863 – 1963) invece decide di riesaminare tutta la documentazione disponibile sulla stregoneria prendendo tutto per buono, anche le testimonianze rese all’inquisizione, eccetto che gli elementi paranormali. L’impresa non era priva di difficoltà, infatti quando le streghe affermano che il diavolo durante i rapporti sessuali si mostra gelido la Murray è costretta ad inventare che durante certi riti sessuali le streghe facessero uso di un fallo artificiale. Incredibilmente la conclusione dei suoi studi è che la stregoneria altro non era che un’antica religione trasmessaci da un’antica razza di nani il cui ricordo si conserverebbe nelle storie di fate e folletti del folklore europeo. Questa religione era ancora viva nella sua forma organizzata nel XVII secolo e si opponeva al cristianesimo. La sua divinità principale era un dio cornuto chiamato Giano o Diano, identificato dai cristiani col diavolo. Si trattava di un culto della fertilità che si esprimeva attraverso riti di magia sessuale e sacrifici di sangue (generalmente con vittime animali, ma in occasioni speciali si uccidevano anche bambini). La Murray ha forti debiti verso Frazer, soprattutto quando afferma che ad intervalli di tempo regolari i capi venivano sacrificati per restaurare la fertilità della terra.

La personalità più decisiva nella formazione dei culti della dea contemporanei è però Gerald Brosseau Gardner (1884 – 1964). Millantava titoli di studio acquisiti all’Università di Singapore, che però all’epoca di questo presunto conseguimento di titoli non esisteva ancora, fece parte della massoneria e fu sempre un appassionato di magia e filosofie orientali, nonché assiduo frequentatore di club per nudisti. Prova anche lo spiritismo, ma lo trova presto noioso e lo abbandona, tra le sue frequentazioni figurano la teosofa Mabel Besant-Scott, figlia della più famosa Annie Besant di cui prese il posto a capo della Società Teosofica,  e vari frequentatori di ambienti crowleyani e rosacrociani.



Gerald Gardner
Gardner stesso sosterrà che è nel corso di questa ricerca che gli capitò di imbattersi in una congrega di vere streghe da cui ricevette l’iniziazione alla stregoneria. A capo di questo gruppo c’era, secondo Gardner, una certa Dorothy Clutterbuck, realmente esistita, ma non c’è prova di questo suo coinvolgimento. Il collegamento tra “la vecchia Dorothy”, come Gardner la chiamava, e la stregoneria fu fatto solo dopo la morte della donna, quando questa ovviamente non avrebbe potuto replicare in alcun modo. Gardner potrebbe anche essere stato istruito realmente dai membri di una congrega segreta, ma i rituali che diceva di aver appreso in questo ambiente, e che trasferirà nel suo movimento religioso, noto come Wicca, sembrano piuttosto essere stati copiati da quelli descritti nei libri di Crowley e Mathers e, in parte, da quelli di Frazer ed Harrison.
Il rapporto con Crowley è degno di una trattazione leggermente più dettagliata: i due si sono conosciuti e Gardner fu iniziato da Crowley al quarto grado dell’Ordo Templi Orientis, inoltre i primi rituali ideati da Gardner riportavano parola per parola estesi passi  dei lavori di Crowley. Anche la massima etica fondamentale della Wicca, “Se male non fai, fa’ ciò che vuoi”, sembra un addomesticamento del  motto crowleyano “Fa’ ciò che vuoi sarà tutta la legge”.
L’unico contributo originale di Gardner ai rituali della Wicca sembra essere costituito dalla nudità richiesta in alcuni rituali e dal rito della flagellazione purificatoria prima del cosiddetto “Grande Rito”, un rituale ierogamico che oggigiorno è officiato quasi sempre in forma simbolica con l’ausilio di un coltello e di un calice ma che in principio contemplava un vero rapporto sessuale tra i sacerdoti. Secondo Aidan A. Kelly il rito della flagellazione deriverebbe da una parafilia di Gardner, che si eccitava quando veniva sculacciato. La nudità, la magia sessuale e le percosse sono elementi importanti anche nei miti che Gardner procurò al suo movimento, accanto a temi meno scabrosi come la reincarnazione.
Inizialmente gli uomini avevano ancora una parte egemone nel movimento, ma con l’ingresso di Doreen Valiente la Wicca si assestò finalmente su un culto di una grande dea la cui principale figura sacerdotale era costituita da una donna. In questa evoluzione finale molti elementi di provenienza crowleyana vengono eliminati.
Negli anni successivi la Wicca muta spontaneamente allontanandosi dal suo aspetto originario, vivendo anche diversi scismi e soprattutto la commistione col femminismo radicale. Inutile e dispendioso seguire tutti gli sviluppi di questa storia, tra uomini che asseriscono di essere stati iniziati alla stregoneria da vecchie nude colte nel bel mezzo di un rituale (a volte la vecchia in questione è la cara nonna) a scandali come quello della diciottenne Maxine Morris, mostrata dai giornali mentre officiava un rituale all’aperto completamente nuda. Le foto le avevano scattate giornalisti attratti sul posto da informazioni lasciate trapelare dallo stregone Alex Sanders, il reclutatore della Morris (i due in seguito furono sposati per anni fino a quando la bisessualità di lui non divenne per lei un problema).



Maxine Morris officia un rito
Giova rilevare più che altro che tra anni ’70 e ’80 il culto della dea fu esportato al di fuori del mondo della Wicca per unirsi, come già detto, al femminismo radicale, per opera di donne come Miriam “Starhawk” Simos e Zsuzsanna Budapest, quest’ultima fondatrice nel 1971 della prima congrega Wicca di sole donne, in cui viene adorata una sola divinità femminile. È l’inizio di un ramo della Wicca più radicale chiamato Dianismo, che talvolta è stato rifugio per le sostenitrici del separatismo lesbico (non dimentichiamo comunque che figure come Elizabeth Gould Davis e Monica Sjöö hanno affermato che le donne sono spiritualmente superiori agli uomini per caratteristiche biologiche).
Per quanto possa sembrare strano, il movimento Wicca in tutte le sue diramazioni, soprattutto quando collegato ai collettivi femministi, ha contribuito a far resistere le vecchie e superate teorie sul matriarcato primordiale nelle università di alcuni paesi, influenzando poi anche altre istituzioni pubbliche.


Le prove archeologiche

Abbiamo accennato più volte al ruolo che l’archeologia ha o dovrebbe avere per comprovare le teorie sul matriarcato primordiale. Le idee più diffuse nell’ambito e che vorremmo mettere alla prova confrontandole coi dati archeologici sono l’esistenza, soprattutto nell’Europa pre-indoeuropea ma anche in Oriente, di società in cui le donne avevano un ruolo di spicco o per lo meno erano completamente alla pari con gli uomini, di una religione che dava più risalto alla femminilità che alla mascolinità, magari sotto forma di monoteismo della dea, e di uno stato di cose pacifico che non conosceva guerre e violenza, almeno fino all’arrivo dell’invasore indoeuropeo.
Cominciamo col dire che nessun testo scritto ci ha tramandato l’esistenza di una vera e propria cultura della dea, dovremo quindi rivolgerci all’epoca preistorica. Le veneri paleolitiche sono spesso state invocate come chiari indizi di una maggior importanza attribuita alle donne, del culto di divinità femminili e, affermazione più radicale, del culto di una sola grande dea. La pinguedine delle donne rappresentate ne denuncerebbe la gravidanza e ne farebbe dunque un simbolo di fertilità.
Ora, mentre è ragionevole ritenere tali donne gravide (non è però una scelta obbligata, l’accumulo di grasso potrebbe essere stato fortemente adattivo nel contesto delle glaciazioni), e quindi anche associarle alla fertilità, non è chiaro chi fossero di preciso e a cosa servissero le loro raffigurazioni. Ciò che qui conta è che ci si dimentica troppo facilmente che accanto alle veneri paleolitiche sono stati trovati anche reperti di forma fallica che in qualche modo provvedono a rappresentare la mascolinità accanto alla femminilità rappresentata dalle veneri.


Fallo preistorico rinvenuto nella caverna di Hohle Fels (Germania). Risale a 28000 anni fa

Dal magdaleniano addirittura un fallo doppio, rinvenuto in Dordogna, Francia


Il Priapo di Laussel (Francia), esempio di figura maschile, con attributi ben evidenti, risalente a circa 22000 anni fa


Uomo con fallo eretto dalla Grotte du Sorcier, prodotto della cultura magdaleniana

Nella sepoltura di Brno addirittura ci sono i resti di una figura umana in avorio articolata in varie parti (forse tutte assieme dovevano costituire una grande marionetta alta più di 20 cm) e riconoscibile come un maschio, per via del pene ben evidenziato.
 Esistono perfino reperti ambigui che secondo alcuni rappresentano una figura femminile e secondo altri un fallo, per non parlare di casi in cui si è ipotizzato addirittura che entrambe le cose siano state rappresentate contemporaneamente come nel caso della statuetta di Mauern.


La presunta marionetta paleolitica di Brno, com'è stata trovata e come probabilmente doveva apparire in origine
La statuetta di Mauern (circa 27000 anni fa): può sembrare la classica Venere paleolitica, ma potrebbe anche essere interpretata come un fallo in virtù di un foro sulla sommità interpretabile come apertura uretrale

Per quanto riguarda la parità sociale tra uomo e donna, non è provata. Senz’altro nelle società primitive, che conoscevano una minor diversificazione delle attività ed una minor estensione dei gruppi umani, la differenziazione dei ruoli era molto meno marcata, e difatti ipotizziamo che le donne partecipassero anch’esse alla caccia perché anche i loro corpi, come quelli maschili, mostrano una certa asimmetria nello sviluppo degli arti superiori, com’è probabile che sia se l’arto prediletto è frequentemente impiegato per maneggiare la lancia o la zagaglia. Tuttavia questa asimmetria è più lieve nelle donne che negli uomini, e questo è segno forse di una partecipazione più limitata. Un’attenzione particolare va portata alle sepolture: nella Grotta delle Arene Candide in Liguria si sono succedute nel tempo diverse sepolture di uomini, donne e bambini (perfino neonati), ma mentre gli uomini e i bambini sono in sepoltura primaria con corredo, le donne sono in posizione secondaria senza cranio e senza corredo. Questo sito suggerisce non solo una scarsa considerazione per le donne, ma anche per la maternità, visto che alcuni bambini sono sepolti assieme a maschi adulti, con lo stesso corredo, ma nessuno è sepolto con una donna. Questo indica forse un sistema in cui vige la patrilinearità.
Stando così le cose è evidente che personaggi come Gertrude Rachel Levy e Alexander Marshack,  che avevano ritenuto quella paleolitica una società della dea, abbiano interpretato in maniera molto arbitraria e selettiva i dati archeologici. In qualche caso le forzature sono enormi, per esempio Marshack vede elementi associabili al femminino ovunque, calendari lunari in tacchette insignificanti, simboli mestruali nell’impiego dell’ocra rossa ecc. Arriva addirittura a trasformare le scene di caccia in un’esaltazione del femminile, intepretando quelli che gli studiosi normalmente interpretano come frecce e lance come rami o ciuffi d’erba. Anche la posizione fetale delle persone inumate è stata sfruttata a sostegno della teoria della dea, infatti la posizione fetale evocherebbe una sorta di attesa di una nuova rinascita, con tutti i collegamenti che poi ne conseguono con la fertilità e la maternità. In realtà, al di là del fatto che la posizione fetale può anche essere quella ideale per dormire e rappresentare dunque un sonno eterno e basta, ci si dimentica sempre di dire che questo tipo di sepoltura in realtà è assai raro, forse riservato ad un’elite (alla faccia del sistema egualitario spesso associato alle culture della dea), e che le persone inumate in questo modo sono tutte di sesso maschile. Nemmeno il diverso modo in cui sono rappresentati maschi e femmine aiuta ad immaginare una mancanza di differenze tra uomo e donna: se anche non è possibile dedurne una diversità di grado e dignità, il fatto che le donne siano per lo più nude, coi genitali ben in vista, in atteggiamenti passivi, mentre gli uomini sembrino danzare, a volte col pene eretto, vestiti con pelli di animali, lascia pensare intanto ad una marcata differenziazione di ruoli.

Per quanto riguarda quelli che vogliono vedere una continuità tra le veneri paleolitiche e le dee delle culture neolitiche, c’è da dire solo che, oltre ad essere arbitraria e a non poggiare su nulla, questa visione deve fare i conti con quel periodo intermedio, denominato mesolitico ma ignorato da chi lo trova scomodo, di cui possediamo poche evidenze archeologiche ma tutte tendenzialmente orientate a restituirci l’immagine di una società con ruoli di genere fortemente separati: nei dipinti le donne raccolgono piante mentre gli uomini cacciano con lance. Forse abbiamo anche le prime evidenze di combattimento tra uomini, e questo poco si addice alla visione pacifica che i teorici della cultura della dea hanno delle civiltà primitive.



Dettaglio di una battaglia riprodotta in una pittura parietale datata da alcuni al mesolitico, da un sito nei pressi di Ares Del Maestre (Spagna)
La battaglia di Ares Del Maestre nella sua interezza




Ancora guerra preistorica, dal sito di Morella La Vella (Spagna)
La violenza non sembra assente nemmeno nel neolitico, almeno stando alle fortificazioni presenti nella maggior parte dei villaggi dell’epoca. Esaminando poi necropoli come quella di Jebel Sahaba in Nubia, si riscontrano diversi casi di morte violenta. Altrove c’è il ragionevole sospetto che si siano consumati sacrifici umani, anche di bambini. Non si fatica nemmeno a trovare indizi di distinzione di classe, in barba a chi immaginava una società sostanzialmente egualitaria, basta vedere le differenze tra i corredi funebri e la posizione mutua tra le tombe che denuncia un rapporto gerarchico tra i morti inumati. E la presenza del femminile nell’iconografia? Certamente troviamo ancora statuette femminili, ma anche i soliti falli. Talvolta anche figure maschili con organi sessuali fortemente accentuati. Sarà anche interessante notare che in alcuni casi le statuette femminili sembrano rotte e gettate via di proposito. Ma i teorici dell’antica pace matriarcale si sono concentrati su alcuni siti specifici.



Figura itifallica rinvenuta a Göbekli Tepe


Statuetta neolitica con testa falliforme, ritrovata a Mykonos (Grecia)


Catal HüyükQuesto famoso sito anatolico è stato spesso rappresentato come una società utopica senza violenza, a dieta prevalentemente vegetariana e priva di distinzioni di classe. Si ricordano poi le numerose statuette femminili e l’assenza di mura. Soprattutto, però, si è voluto vedere in Catal Hüyük una classica civiltà della dea.
In realtà accanto alle statuette femminili compaiono ancora i simboli fallici, e le statuette femminili potrebbero essere delle divinità, anche una sola, oppure no. Non c’è modo di saperlo.

Statuette di Catal Hüyük a metà tra umano e fallico
Tra l’altro le immagini di Catal Hüyük spesso hanno delle particolarità che le rendono ancora più difficili da interpretare: ad esempio talvolta rappresentano donne con fauci o becchi adunchi al posto dei capezzoli, in generale poi queste figure femminili possono trovarsi associate a predatori e avvoltoi, per non parlare di quelle che partoriscono animali. Per quanto riguarda l’assenza di mura, potrebbe essere dovuta al fatto che l’agglomerato urbano era in qualche modo fortificato dalla sua stessa organizzazione: le case sorgevano appiccicate l’una all’altra, senza strade a separarle, e ai vari edifici si poteva accedere solo tramite scale poste sui tetti. Ad ogni modo l’assenza di mura difensive non può essere una prova della mancanza di conflitti.

Ecco come appariva l'insieme degli edifici di Catal Huyuk, niente strade o spazi tra le case, si passava da un ambiente all'altro attraverso scale che davano sui tetti
A parte che eventuali mura in legno potrebbero non essersi conservate fino a noi, ricordiamo che tanto gli Aztechi quando gli Spartani, celebri per la loro bellicosità, non costruivano mura difensive. Di Sparta si diceva “Sparta non ha mura, le sue mura sono i suoi soldati”. Si noti comunque che a Catal Hüyük sembra esserci stata una fiorente industria bellica, e le armi che abbiamo trovato sono considerate generalmente progettate per la guerra anziché per la caccia.
Irrilevante poi, per farci un’idea delle differenze di classe, guadare alle dimensioni delle abitazioni, che effettivamente appaiono tutte della stessa grandezza, infatti solo una minima parte del sito è stata scavata, e prima di concludere che non appaiono differenze di importanza tra le case sarebbe bene osservare anche il resto. Oppure rivolgerci alle tombe: si è visto che una minoranza di morti è stata inumata con un corredo ragguardevole, a fronte di una maggioranza di individui sepolta solo con pochi oggetti personali. Per quanto riguarda le differenze di genere, non abbiamo motivo di pensare che ci fosse una notevole disparità tra maschi e femmine, i reperti però indicano chiaramente che, anche ammettendo pari rango e dignità, maschi e femmine avevano ruoli di genere ben differenziati.

Malta
Si indicano talvolta statuette femminili appartenenti alla cultura megalitica di Malta. A volte però, a ben vedere, queste statuette si rivelano maschili. A parte ciò, quella maltese è considerata una probabile società Chiefdom, quella che più facilmente poteva mobilitare e organizzare gli individui verso la costruzione di opere monumentali. Se è così, ci aspettiamo allora una società gerarchica, non egualitaria.

Antica britannia
Della Britannia pre-celtica abbiamo solo due statuette, e solo una delle due è chiaramente femminile. In compenso abbondano i simboli fallici. Anche qui probabilmente vigeva lo chiefdom, ma nonostante queste cose non è mancato chi, sulla scia dell’artista Michael Dames, vi ha visto una civiltà della dea egualitaria. Al centro di questa teoria il sito di Silbury Hill, considerato un simbolo del femminile, sebbene in modo non chiaro, visto che ogni interprete inventa personalissime connessioni tra il sito e varie idee.

Balcani
Qui entra in gioco l’archeologa Marija Gimbutas, oggettivamente meritevole per i reperti da lei ritrovati lavorando nei siti archeologici balcanici databili al periodo che va dal 7000 al 3500 a.C. Si tratta dei resti di quella civiltà che la Gimbutas chiama “Vecchia Europa”.

Marija Gimbutas
Se il lavoro di rinvenimento dei reperti è ammirevole e importante, la fase di interpretazione di questi è tutta un’altra questione: la Gimbutas perviene alla solita visione di una primitiva società pacifica ed egualitaria, centrata sulla donna e raccolta attorno al culto di una dea, ma lo fa attribuendo significati agli oggetti rinvenuti in modo arbitrario e privo di metodo. La statuetta di una donna incinta potrebbe essere semplicemente un amuleto per propiziare gravidanza e parto di una gestante, in un’epoca in cui la gravidanza era molto più rischiosa di oggi, ma la Gimbutas si sbriga a classificarla come raffigurazione della dea senza troppi complimenti. Tra i vari oggetti considerati dalla Gimbutas come simboli della dea poi ce ne sono alcuni che in realtà non hanno evidenti caratteristiche femminili, ma del resto la Gimbutas ricollegava alla dea anche i pattern astratti che le capitava di trovare. Come già detto, per giustificare le sue interpretazioni si appoggiava volentieri alle teorie del controverso Jung, ma la cosa più rilevante è che ripercorrendo il processo di maturazione delle sue idee è possibile vedere che la studiosa non era un’osservatrice del tutto neutrale ma una persona influenzata da una certa ideologia. Nel suo primo libro sul tema del 1974 le sue idee non sono ancora così radicali e fantasiose: certo, c’è sempre dell’arbitrio nel modo in cui interpreta le statuette, e la sua visione di una società politeista con prevalenza di divinità femminili e incentrata sulle madri resta sempre priva di solidi argomenti, ma almeno non si parla ancora di società utopica e di culto monoteistico della dea. Quello arriva successivamente, con le opere del 1989 e del 1991. Un forte cambiamento lo si rileva anche nello stile, ora la Gimbutas parla con un afflato mistico da devota:

“ora vediamo la dea riemergere da foreste e montagne, arrecandoci speranza per il futuro, riportandoci alle nostre radici umane più antiche”
(The language of the Goddess, 1989)

Questo cambio di prospettiva non poteva essere giustificato da nuove rilevanti scoperte, che in quel periodo non aveva fatto, quindi si è costretti ad imputarlo alle influenze di Jung e a nuove letture che la stavano assorbendo. In effetti la Gimbutas era entrata in contatto col movimento della dea, e nei suoi libri del periodo compaiono riferimenti a teorici del movimento come Merlin Stone, Naomi Goldenberg e Michael Dames. Più di tutti però a colpire la Gimbutas dev’essere stata Riane Eisler, dalla quale prese il termine “gilania” per indicare l’organizzazione sociale precedente all’instaurazione del patriarcato e caratterizzata dall’uguaglianza tra i sessi (la Eisler è anche quella che ha risposto alle critiche in campo archeologico sostenendo che un archeologo maschio e non femminista non sia in grado di cogliere il vero senso di certi reperti).
Ma c’è di più: alla morte della Gimbutas venne fuori addirittura che questa aveva partecipato a rituali della dea, o almeno così riferì la sua collega Ernestine Elster.
Sembra insomma che l’idea di una società egualitaria della “Vecchia Europa”, devota ad un’unica dea e spazzata via solo dai patriarcali indoeuropei, sia stata suggerita alla Gimbutas più da suggestioni ideologiche e mistiche che da scoperte archeologiche.


Civiltà della Valle dell’Indo
La civiltà che fiorì nell’attuale Pakistan tra il 3000 e il 1500 a.C., precedente alla calata degli Arya e famosa per i centri urbani di Harappa e Mohenjo Daro, potrebbe candidarsi ad essere una delle civiltà della dea di cui abbiamo parlato finora. In fondo abbonda di statuette femminili con seno ed anche evidenziati e le poche armi che sono state trovate sembrano più che altro cerimoniali, non adatte a fare la guerra, eppure come esempio è relativamente poco menzionato. Forse è la fattura delle statuette che crea qualche imbarazzo: le statuette femminili in genere sembrano un po’ rozze rispetto a quelle maschili, e già questo fa sospettare una differenza di considerazione tra maschi e femmine, ma poi la scarsa qualità di queste statuette risalta anche al confronto con manufatti di altro tipo, e questo suggerisce che i soggetti rappresentati  in esse non possano essere dee, a meno di immaginare che le statuette siano l’espressione votiva del popolo e tutto il resto di una casta superiore, ma in questo caso andrebbe a farsi benedire l’utopia della società egualitaria.
Comunque al centro di quelle che sembrano rappresentazioni grafiche di miti compaiono spesso delle figure maschili.
Figura femminile ritrovata ad Harappa e risalente ad un periodo che va dal 2500 al 1900 a.C.


Figura femminile da Mohenjo-Daro, 3000-1500 a.C.


La celebre statua del "re-sacerdote" di Mohenjo-Daro, 2200-1900 a.C.


Statua maschile di Harappa, 2500-1600 a.C.
Creta
Come la civiltà della Valle dell’Indo è stata spazzata via dagli Arya, così anche la civiltà minoica, che prosperò sull’isola di Creta tra il 3000 e il 1100 a.C., trovò la fine, agevolata da cataclismi naturali, per mano dei Micenei. Questa volta però abbiamo a che fare con una civiltà dotata di scrittura, e dunque è possibile ricavare qualche informazione in più. Sembra venir fuori che la successiva cultura greca sia stata debitrice di qualcosa alla cultura minoica, la quale aveva un pantheon di più dei (dunque nessun monoteismo della dea), maschi e femmine, alcuni dei quali portavano nomi che ci sono familiari: Zeus, Athena, Hera, Ares, ecc. Tuttavia queste informazioni appartengono ad un periodo della storia cretese in cui era già possibile un’influenza deformatrice da parte micenea, in tal caso staremmo leggendo testimonianze della cultura dell’invasore, oppure di quella autoctona ma deformata dalla lente dell’invasore. L’arte minoica ci aiuta ad orientarci solo fino ad un certo punto: molte donne sono rappresentate, ma generalmente senza chiari attributi divini. Sembra però abbastanza evidente che nell’antica Creta le donne partecipassero alla vita pubblica, che godessero di libertà e prestigio abbastanza eccezionali rispetto a quelli che le donne potevano avere presso tante altre civiltà del mondo antico.
SI trattava dunque di una società paradisiaca? In realtà tra le rovine di un tempio distrutto da un terremoto nel 1700 a.C., un’epoca in cui non potevano ancora esserci le influenze patriarcali di cui sopra, gli archeologi Yannis Sakellarakis ed Efi Sapouna-Sakerallaki hanno trovato i resti di tre vittime del sisma. La cosa impressionante è che il contesto suggerisce che due di questi tre individui stessero sacrificando l’altro. L’inquietante ombra dei sacrifici umani fa tremare dunque le ricostruzioni idealistiche dei teorici della dea. Eppure il mito del minotauro sembra alludere proprio a pratiche di questo tipo.
Dal momento che tanto i sacerdoti quanto le vittime sacrificali nella mentalità arcaica generalmente devono essere puri e di alto rango, identificare una donna in uno dei due ruoli confermerebbe l’immagine quantomeno egualitaria che ci siamo fatti della società cretese. Tuttavia la vittima è un maschio, e anche uno dei due sacerdoti (dell’altro non è possibile stabilire il sesso).
Gli scavi hanno anche portato alla luce indizi di stratificazione sociale, e l’economia di palazzo implicava una certa centralizzazione del potere. Dai testi in lineare B emerge anche una netta supremazia dei maschi, tuttavia non è possibile stabilire con certezza quanto queste fonti ci parlino della cultura originaria dell’isola e quanto di quella che ad essa si è sovrapposta.
Comunque prima dell’influenza micenea gli abitanti di Creta sembravano effettivamente non conoscere la guerra (le armi ritrovate sembrano adatte per la caccia ma non per la guerra). Il punto è: su quali basi si fa discendere questa cosa dal ruolo sociale prestigioso accordato alla donna? La relazione potrebbe anche essere inversa: una società che ha la fortuna di poter vivere in pace allenta per qualche motivo la segregazione di genere e concede più spazi alle donne. Oppure entrambe le cose si presentano insieme perché discendono da una causa in comune, e non perché una delle due produce l’altra. O, ancora, visto che la compresenza di pace ed egualitarismo di genere in effetti non ha una grande ricorrenza statistica, potrebbe non esserci alcuna relazione e basta: la vecchia Creta presenterebbe entrambi i fenomeni per caso, non perché esistano legami tra le due cose.


Conclusioni

Molto semplicemente, singoli elementi della società utopica sognata dai cultori del matriarcato o della gilania si possono trovare, separati e occasionalmente, presso alcune civiltà del passato. Tutti insieme non si sono ancora riscontrati con certezza, e allo stato attuale delle cose i collegamenti tra centralità del femminino ed egualitarismo, tra culto della dea e stato di pace, ecc sono pure speculazioni mentali.
La ricostruzione della preistoria fatta da queste persone sembra un po’ troppo semplicistica, e lascia a desiderare l’uso che in generale viene fatto del passato da parte di certi movimenti che cercano di legittimarsi attraverso un collegamento con figure mitiche prive di consistenza storica. In ambito spirituale il conflitto tra le credenze del neopaganesimo femminista e i dati dell’archeologia e della storia vengono risolti da alcuni sostenendo che il vero criterio di valutazione di un percorso spirituale è la qualità dell’esperienza che gli aderenti provano, e che alla luce di questa in pratica non abbia alcuna importanza la verità storica. È questa per esempio la posizione di Margot Adler.
Forse sarebbe stato interessante approfondire anche il legame tra neopaganesimo ed ecologismo, un tema che magari toccheremo in un’altra occasione.

Per quanto riguarda gli esempi di civiltà della dea proposti più di frequente in letteratura, siamo costretti a ritenerli insufficienti a dimostrare alcunché. La trattazione che ne hanno fatto certi autori è stata chiaramente viziata da un’interpretazione troppo libera e arbitraria dei fatti e da una selezione furba dei dati da presentare. Per non parlare del fatto che quando si interroga una civiltà che non ha lasciato documenti scritti è particolarmente facile sovrapporle le nostre aspettative e farle dire cose che non la rispecchiano veramente. Infatti il continuo richiamo a questi popoli senza scrittura è abbastanza sospetto, vien da chiedersi perché i vari autori molto spesso non siano in grado di trovare esempi utili alla loro causa  provenienti da mondi che conoscono la scrittura o che per lo meno sono stati documentati in maniera autorevole e credibile per iscritto. Una risposta potrebbe venire esaminando “culti della dea” effettivamente esistenti e ben documentati come quelli indiani di Durga o Kali o quello giapponese di Amaterasu: generalmente questi culti non sono legati ad una visione del mondo egualitaria e pacifica, e quindi remano contro i propositi di chi vuole dimostrare che una religione con al centro il femminino produce o è prodotta da una società senza violenza, discriminazioni, gerarchie ecc. Ricordiamo che i Thug, i feroci assassini che strangolarono migliaia di persone, erano ardentemente devoti alla dea Kali.

Un gruppo di Thug cava gli occhi alle proprie vittime, Scansionato da una tavola tra le pagine 80 e 81 di Peers, Douglas M. (2006). India sotto il dominio coloniale: 1700-1885, artista sconosciuto 1829-1840
La dea Kalì, cromolitografia di Raja Ravi Varma

Può essere utile, per comprendere i rischi che si corrono ad interpretare le immagini senza i testi, fare un esperimento mentale. Immaginiamo che per qualche motivo un giorno una nuova umanità trovasse i resti della civiltà cristiana, costituiti da statue, immagini, testi, ecc. Immaginiamo anche che dai testi si riesca a capire molto poco, solo parole elementari come “madre”, “padre”, ecc. Questi uomini del futuro potrebbero concludere che, data la sua soverchiante presenza nell’iconografia, la Madonna era per i cristiani una dea, anche se non l’unica essendoci pure le tre persone della Santissima Trinità (difficilmente comprensibile come un solo Dio dagli archeologi del futuro). Se riuscissero a tradurre anche l’appellativo “Madre di Dio”, che spesso viene scritto accanto alla sua immagine, i dubbi sarebbero fugati, e questi studiosi sarebbero abbastanza certi del fatto che il cristianesimo avesse un pantheon ridotto con a capo una dea chiamata Maria. Da qui ad immaginare che la cristianità, vero o falso che sia ora non importa, abbia riservato una considerazione speciale al mondo femminile il passo è breve, nonostante non ci siano le basi per fare una simile associazione di idee. Molte femministe avrebbero da ridire su una conclusione del genere, perché secondo loro la Madonna è un modello femminile studiato dal pensiero patriarcale per opprimere le donne, in quanto schiaccerebbe queste sui ruoli di vergine e madre promuovendo la sottomissione al mondo dei maschi e l’inibizione di ogni espressione di sessualità (va notato che la maternità non pone loro alcun problema quando analizzano le veneri paleolitiche e le associano alla fertilità). Si potrebbe obiettare molto a questo ragionamento, ma in questa sede non è necessario e opportuno farlo, dunque accogliamo il loro punto di vista senza discutere, facendo però notare che il record archeologico del futuro potrebbe portare alla luce anche statue e dipinti raffiguranti la Maddalena penitente. Ora, un’iconografia molto diffusa di questa santa la vede a seno scoperto, e quindi in alcune versioni, senza un’adeguata comprensione del contesto, la donna così ritratta potrebbe passare per una prostituta e dunque suggerire l’idea della presenza della prostituzione sacra o di chissà cos’altro.

Statue del museo del duomo di Milano, la terza figura da sinistra rappresenta Maria Maddalena

Un'altra Maddalena penitente fotografata al museo del duomo di Milano
Tenete presente che le statue spesso non ci arrivano integre, dunque alcuni dettagli a cui potreste pensare di affidarvi per non cadere in errore potrebbero non preservarsi. Tra l’altro chiamandosi anche lei Maria come la Madonna potrebbe indurre facilmente alcuni studiosi ad un equivoco tragicomico: potrebbe sorgere l’idea che la Madonna e la Maddalena siano la stessa divinità o che ci sia un legame tra loro. Il cristianesimo magicamente non apparirebbe più sessuofobico come lo vogliono i suoi critici (stessa cosa si otterrebbe se si conservassero le statue dal contenuto estremamente esplicito che troviamo in alcune chiese medievali), né privo di modelli femminili alternativi a quelli di vergine o madre.
Tutto questo solo per dire che la deduzione di aspetti sottili di una cultura a partire da una manciata di statuette non è affare da poco e bisogna essere cauti nel trarre conclusioni.

Scene scabrose ad ornamento della Collegiata di San Pietro di Cervatos a Campo de Enmedio, Spagna
Una Sheela na Gig con la classica vulva dilatata, un particolare della chiesa dei Santi Maria e Davide a Kilpeck, Inghilterra












La parte più consistente delle informazioni riportate è tratta da “Goddess unmasked” di Philip G. Davis, Spence Publishing Company 2000.

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