Precursori di Darwin? L'evoluzione delle specie in era pre-moderna

La teoria dell'evoluzione cui ci riferiamo abitualmente è il risultato di una lunga serie di riflessioni iniziate verso la fine del XVIII secolo. 
Alcuni protagonisti di questa epopea sono ben noti: Lamarck, Darwin, Wallace, ecc. e la formulazione più nota della teoria, quella secondo la quale l'evoluzione è costituita da mutazioni casuali, selezione naturale ed ereditarietà, è solo una delle tante, ma è talmente penetrata nella cultura popolare che molti la identificano con la teoria dell'evoluzione tout court.
Nel tracciare la storia di questa idea spesso si tenta di reperire in un passato più o meno lontano la testimonianza di pensatori che l'avrebbero anticipata in tutto o in parte, e spesso quest'operazione non è immune da forzature.

ANASSIMANDRO: L'UOMO VIENE DA ANIMALI ACQUATICI

Il primo autore a cui si attribuisce, a torto o a ragione, un’intuizione dell’evoluzione, è Anassimandro di Mileto (VI sec. a.C.). Le testimonianze sul suo conto non sono chiare e concordi al dettaglio, ma qualche informazione importante forse possiamo ricavarla.

Plutarco, nelle “Quaestiones convivales”, parlando di Anassimandro dice:

costui infatti dichiara […] che da principio gli uomini nascevano dentro i pesci e che, una volta allevati come i pescecani e divenuti capaci di  provvedere a sé stessi, allora uscirono fuori e presero terra

Abbiamo poi anche la testimonianza di Aezio (I-II sec.):

Anassimandro dice che i primi animali furono generati nell'umido, racchiusi in cortecce spinose, ma che, col crescere della loro età, essi approdavano nei luoghi più secchi e, quando tutto intorno si spezzava la loro corteccia, sopravvivevano per poco tempo

E quella di Censorino (III sec.):

Anassimandro di Mileto ritiene che dall’acqua e dalla terra riscaldate sorsero sia pesci sia animali oltremodo simili ai pesci; che dentro questi animali si formarono uomini, i cui feti rimasero racchiusi all’interno sino alla pubertà; che allora finalmente, spezzate queste creature, vennero fuori uomini e donne, ormai capaci di nutrire se stessi

E negli “Stromateis”, attribuiti erroneamente a Plutarco, su Anassimandro si legge quanto segue:

Egli dice ancora che da principio l’uomo nacque da animali di specie differente, per il fatto che gli altri animali trovano rapidamente  da sé il nutrimento, mentre soltanto l’uomo ha bisogno di essere allevato per lungo tempo. 
Appunto per ciò l’uomo da principio non avrebbe potuto sopravvivere, se fosse nato come ora

Nello scenario evolutivo comunemente presentato i primi esseri viventi sono acquatici, quindi va da sé che Anassimandro può colpire l’immaginario dei contemporanei quando colloca le origini dell’uomo e i primi animali nell'acqua (sebbene le motivazioni più plausibili per questa sua scelta ci condurrebbero probabilmente verso orizzonti  veramente lontani da quelli della scienza moderna, riducendo di molto l’effetto della suggestione), ma il suo discorso non sembra esplicitamente evolutivo, in quanto l’uomo, secondo le fonti che riportano le teorie di Anassimandro, non si sarebbe evoluto da specie diverse ma sarebbe nato all'interno di esse, e non è chiaro cosa si debba intendere precisamente al riguardo.
Ad ogni modo Anassimandro, in accordo con gli evoluzionisti, ritiene che l’uomo non può essere esistito da sempre nella condizione che conosciamo e questo perché osserva che i piccoli di essere umano non sono autosufficienti e necessitano di lunghe cure parentali.


LUCREZIO: GENERAZIONE SPONTANEA E SELEZIONE NATURALE

Un altro riferimento antico importante è Tito Lucrezio Caro, che nel “De rerum natura” scrive:

La giovane terra generò dapprima erbe e virgulti,
in séguito creò le stirpi mortali,
che nacquero in gran numero, in molti modi, con varie forme.
Infatti non possono esser caduti dal cielo gli animali,
né le specie terrestri essere uscite dai salati abissi.
Resta che a ragione la terra ha ricevuto il nome di madre
poiché dalla terra traggono origine tutte le creature.
Ed anche ora molti animali sorgono dalla terra,
generati dalle piogge e dall'ardente calore del sole;
perciò non c'è da stupire se più numerosi ne nacquero allora,
e più grandi, essendo cresciuti quando terra e cielo eran giovani.
Da principio la specie degli alati e i vari uccelli
lasciavano le uova, uscendo dai gusci in primavera,
come ora d'estate le cicale spontaneamente abbandonano
i tondeggianti involucri per cercare il cibo e la vita.
Allora, vedi, la terra cominciò a produrre le stirpi mortali.
Molto calore, infatti, e umidità sovrabbondavano nei campi.
Perciò, ovunque si offriva idonea disposizione di luogo,
crescevano uteri attaccati alla terra con radici;
e quando, maturato il tempo, li aveva aperti l'età
degli infanti, fuggendo l'umidità e cercando l'aria,
lì la natura rivolgeva i canali della terra
e li costringeva a versare dalle vene aperte un succo
simile al latte, come ora ogni femmina,
quando ha partorito, s'empie di dolce latte, perché tutto
alle mammelle converge l'impeto del suo alimento.
La terra offriva ai bimbi il cibo, il calore una veste, l'erba
un giaciglio riboccante di molta e morbida lanugine.
Ma la giovinezza del mondo non produceva rigidi freddi,
né eccessivi calori, né venti di forze possenti.
Tutte le cose infatti di pari passo crescono e prendono vigore.
Perciò, ancora e ancora, la terra a ragione ha ricevuto
e conserva il nome di madre, poiché da sé essa creò
il genere umano e, quasi a un momento stabilito, partorì
ogni animale che sui grandi monti scorrazza selvaggio
e insieme gli uccelli dell'aria nelle varie forme.
Ma, poiché il suo partorire deve avere un termine,
essa cessò, come donna fiaccata da vecchiezza.

E anche molti portenti allora la terra tentò di creare,
nati con facce e membra strane: l'androgino, che sta tra i due
sessi, e non è né l'uno, né l'altro, ma è lontano da ambedue;
alcune creature prive di piedi, altre mancanti, a loro volta,
di mani, o anche mute senza la bocca, o ch'erano cieche
senza gli occhi, o avviluppate in tutto il corpo per l'aderire delle membra,
sì che non potevano fare alcunché, né muoversi verso alcun luogo,
né evitare un danno, né prendere ciò che era necessario.
Ogni altro mostro e portento di questa specie essa creava,
ma invano, perché la natura ne impedì la crescita,
né poterono attingere il bramato fiore dell'età,
né trovare cibo, né congiungersi con gli atti di Venere.
Molte cose vediamo infatti che devono concorrere negli esseri
perché possano generare e propagare le stirpi;
bisogna anzitutto che abbiano di che nutrirsi, poi passaggi per cui
i semi genitali possano scorrere attraverso i corpi ed emanare
dalle membra rilassate; e, affinché la femmina possa congiungersi col maschio,
devono avere ambedue ciò che occorre per scambiarsi vicendevoli piaceri.
E molte stirpi di esseri viventi dovettero allora soccombere
e non poterono generare e propagare la prole.
Giacché tutte quelle che vedi respirare le aure vitali,
o l'astuzia o la forza o almeno la velocità le protesse
dal principio dell'esistenza e ne conservò le generazioni.

Mentre affronta il problema dell’origine della vita, vediamo che Lucrezio non arriva a teorizzare l’evoluzione dei viventi
Tuttavia quando parla dei mostri inadatti alla vita che sono scomparsi senza poter generare prole sta effettivamente anticipando il principio della selezione naturale, che è cruciale in alcune versioni della teoria dell’evoluzione, e in particolare in quella di Darwin.

Da notare che anche Lucrezio, come Anassimandro, trae spunto, per spiegare la comparsa dei primi uomini, dall'osservazione della totale mancanza di autonomia dei piccoli di essere umano. Anassimandro immaginava che i primi uomini fossero nati e cresciuti all'interno di creature acquatiche che fornivano nutrimento e protezione, per poi fuoriuscirne al sopraggiungere dell’adolescenza. 

Lucrezio immagina invece che i bambini primordiali si siano formati all’interno di uteri spuntati dalla terra e che, una volta fuoriusciti, siano sopravvissuti fino all’età dell’autonomia grazie alla straordinaria mitezza della natura di allora.

Da notare che, en passent, Lucrezio afferma anche la teoria della generazione spontanea quando dice che, anche oggi, degli animali si generano spontaneamente dalla materia non vivente per azione del calore e dell’umidità. 
Questa teoria, basata sull’osservazione che piccoli animali sembrano comparire dal nulla nel materiale organico in decomposizione (vedere ad esempio le larve di mosca), non restò confinata al mondo antico e venne confutata solo con gli esperimenti di Francesco Redi (XVII sec.), Lazzaro Spallanzani (XVIII sec.) e Louis Pasteur (XIX sec.).

SANT'AGOSTINO: GENERAZIONE SPONTANEA

La generazione spontanea è creduta anche da Sant’Agostino di Ippona (IV-V sec.), come si evince da questi passo del “De Genesi ad litteram” (un’opera di esegesi del primo libro della Bibbia):

poiché è stato osservato che alcuni animali nascono dalle acque o dalla terra senza avere alcun sesso e perciò il loro seme non è insito in essi ma negli elementi da cui nascono

C'è ancora un altro problema riguardante certi animali piccolissimi, se cioè furono creati al principio della corruzione o derivarono in seguito dalla corruzione degli esseri mortali. La maggior parte d'essi infatti nasce o da alterazioni patologiche dei corpi viventi o dai loro escrementi o dalle loro esalazioni oppure dai cadaveri putrefatti, alcuni altri nascono anche dalle parti marcite della legna e delle erbe, alcune dal marciume dei frutti

Ma veniamo al problema già accennato, se cioè dobbiamo pensare che questi esseri piccolissimi furono creati anch'essi nella prima creazione delle cose, o come conseguenza della decomposizione dei corpi corruttibili. Si può tuttavia dire che gli esseri piccolissimi, che traggono origine dall'acqua e dalla terra, furono fatti nella creazione primitiva. Tra essi non è illogico annoverare altresì quelli che nascono dalle piante, prodotte dalla forza generatrice della terra, sia perché queste creature avevano preceduto la creazione non solo degli animali ma anche dei luminari, sia perché mediante la stretta connessione delle radici sono collegate alla terra, dalla quale spuntarono il giorno in cui apparve la terra asciutta. Dovremmo per conseguenza pensare che questi animali minutissimi sono un'integrazione della terra abitabile piuttosto che appartenenti al numero degli abitanti. Quanto invece a tutti gli altri esseri che nascono dal corpo degli animali e soprattutto dai cadaveri è del tutto irragionevole affermare che furono creati contemporaneamente ai medesimi animali se non nel senso che in tutti i corpi animati erano insiti una certa potenza naturale e i germi, diciamo così, seminati in antecedenza e in certo qual modo abbozzati degli animali futuri destinati a nascere - ciascuno conforme alla propria specie e alle proprie caratteristiche - dalla corruzione di quei corpi grazie all'ineffabile governo del Creatore che tutto muove senza subire mutamenti.

SANT'AGOSTINO: LA BIBBIA NON 
È UN TESTO SCIENTIFICO

Sant’Agostino viene ricordato da alcuni entusiasti come un timido anticipatore della teoria dell’evoluzione, peccato che in realtà nei suoi scritti non si trovi nulla del genere.
Certamente è stato uno tra i primi a sostenere che il libro della Genesi non vada preso interamente alla lettera e che, più in generale, la Bibbia non contiene verità scientifiche ed è assurdo basarsi su di essa per formulare considerazioni sul mondo naturale.
Ancora dal “De genesi ad litteram”:

Poiché nessun cristiano oserà affermare che nessun passo [della Scrittura] dev'essere inteso in senso figurato qualora consideri attentamente le parole dell'Apostolo: Tutte queste cose però accaddero loro in figura, e ciò che sta scritto nella Genesi: E saranno due in una sola carne, ch'egli dichiara essere una gran verità misteriosa in rapporto a Cristo e alla Chiesa

“ Accade infatti assai spesso che, riguardo alla terra, al cielo, agli altri elementi di questo mondo, al moto e alla rivoluzione o anche alla grandezza e distanza degli astri, intorno alle eclissi del sole e della luna, al ciclo degli anni e delle stagioni, alla natura degli animali, delle piante, delle pietre e di tutte le altre cose di tal genere, anche un pagano abbia tali conoscenze da sostenerle con ragionamenti indiscutibili e in base ad esperienza personale. Orbene, sarebbe una cosa assai vergognosa e dannosa e da evitarsi a ogni costo, se quel pagano sentisse quel tale parlare di questi argomenti conforme - a suo parere - al senso delle Scritture cristiane dicendo invece tali assurdità che, vedendolo sbagliarsi - come suol dirsi - per quanto è largo il cielo, non potesse trattenersi dal ridere. Ma è spiacevole non tanto il fatto che venga deriso uno che sbaglia, quanto il fatto che da estranei alla nostra fede si creda che i nostri autori [sacri] abbiano sostenuto tali opinioni e, con gran rovina di coloro, della cui salvezza noi ci preoccupiamo, vengano biasimati come ignoranti e rigettati. Quando infatti, riguardo ad argomenti ben noti ad essi, i pagani sorprendono un cristiano che sbaglia e difende una sua opinione erronea appoggiandola ai nostri Libri sacri, in qual modo potranno prestar fede a quei Libri quando trattano della risurrezione dei morti, della speranza della vita eterna e del regno dei cieli, dal momento che penseranno che questi scritti contengono errori relativi a cose che hanno potuto già conoscere per propria esperienza o in base a sicuri calcoli matematici? Non può dirsi abbastanza qual pena e tristezza rechino ai fratelli assennati questi cristiani temerari e presuntuosi quando, allorché vengono criticati e convinti d'errore a proposito delle loro erronee e false opinioni da parte di coloro che non sono vincolati dall'autorità dei nostri Libri sacri. Costoro inoltre, al fine di sostenere ciò che affermano con sventatissima temerarietà e chiarissima falsità, si sforzano di addurre i medesimi Libri sacri con cui provare le loro opinioni e arrivano perfino a citare a memoria molti passi da loro ritenuti come valide testimonianze in proprio favore, senza comprendere né quel che dicono né ciò che danno per sicuro

Ma qui è in gioco la credibilità della Scrittura per il motivo più volte da me ricordato. Occorre cioè evitare che uno, il quale non comprende la sacra Scrittura, incontrando nei nostri libri [sacri] o sentendo da altri citare qualche testo [sacro] relativo a tali argomenti che gli pare in contrasto con le verità da lui conosciute con evidenza mediante la ragione, non presti affatto fede agli altri utili insegnamenti o racconti o profezie della stessa Scrittura. Ecco perché è necessario dire in breve che i nostri agiografi conoscevano quanto è conforme alla verità per ciò che riguarda la figura del cielo, ma lo Spirito di Dio, che parlava per mezzo di essi, non ha voluto insegnare agli uomini queste cognizioni per nulla utili alla salvezza dell'anima.

SANT'AGOSTINO: LE SPECIE SONO STATE CREATE

Qualcuno vede adombrato un abbozzo di evoluzione in questo passo del “De civitate Dei”:

Tutti gli esseri dunque, per il fatto che sono ed hanno perciò la propria misura, la propria forma e una determinata pace con se stessi, sono certamente buoni. Essendo inoltre dove devono essere secondo la finalità della natura, conservano il proprio essere nelle proporzioni in cui lo hanno ricevuto. E poiché non hanno ricevuto di essere per sempre, acquistano e perdono perfezioni, secondo l'esigenza e il movimento delle realtà, alle quali per legge del Creatore sono soggetti, perché per divina provvidenza tendono a quel risultato che il razionale ordinamento dell'universo implica.


Ma al “De Genesi ad litteram” appartengono anche i seguenti passi:

E Dio disse: La terra faccia uscire esseri viventi secondo la loro specie: quadrupedi e rettili e fiere terrestri secondo la loro specie, animali domestici secondo la loro specie. E così avvenne. E Dio fece le fiere terrestri secondo la loro specie, gli animali domestici secondo la loro specie e tutti i rettili della terra secondo la loro specie. E Dio vide che sono cose buone 
15. Era logico che ormai Dio dotasse di esseri viventi appropriati la seconda parte più bassa nel mondo, cioè la terra propriamente detta, sebbene in altri passi la Scrittura denoti globalmente con il termine "terra" tutta la regione più bassa con tutti gli abissi e l'atmosfera in cui si formano le nubi. Sono d'altronde ben note le specie degli animali fatte uscire dalla terra in virtù della parola di Dio. “

Si potrebbe anche pensare che Dio si riposò dal creare altre specie di creature poiché in seguito non creò più nuove specie, ma da allora egli opera fino al presente e continuerà anche dopo a operare governando le medesime specie di esseri che furono create allora; nondimeno neppure in quello stesso settimo giorno Dio cessò di governare con la sua potenza il cielo, la terra e tutti gli altri esseri ch'egli aveva creato, altrimenti sarebbero caduti nel nulla. In effetti la potenza del Creatore e l'energia dell'Onnipotente e dell'Onnipresente è la causa per cui sussiste ogni creatura; se questa energia cessasse un sol momento di governare gli esseri creati, finirebbe allo stesso tempo anche la loro essenza, e ogni natura cadrebbe nel nulla. 


SANT'AGOSTINO: LE RAGIONI SEMINALI

Ma se lo spirito angelico può afferrare simultaneamente tutte le cose che la Scrittura narra separatamente ad una ad una in base all'ordine delle cause connesse tra loro, possiamo chiederci: furono forse fatte simultaneamente anche tutte le cose, come il firmamento, l'ammassarsi delle acque in un sol luogo, l'apparire della terraferma, il germinare degli alberi e dei frutti, la formazione dei luminari del cielo e delle stelle, gli animali acquatici e terrestri? Tutte le cose non furono piuttosto create a intervalli di tempo ciascuna in un giorno fissato? O dobbiamo forse immaginare che la costituzione delle cose nella loro origine primordiale sia avvenuta non secondo l'esperienza che noi abbiamo dei loro movimenti naturali, ma secondo il mirabile e ineffabile potere della Sapienza di Dio che si estende con forza da un'estremità all'altra del mondo e governa con bontà ogni cosa
? Infatti l'estendersi della Sapienza non è graduale né arriva - diciamo così - per passi successivi. Ecco perché quanto facile è per la Sapienza effettuare il suo movimento nella misura più efficace, altrettanto facile fu per Dio creare tutte le cose, poiché queste furono create per mezzo di essa; di conseguenza, se noi adesso vediamo le creature muoversi attraverso vari periodi di tempo per compiere le azioni proprie della natura di ciascuna di esse, ciò deriva dalle ragioni [causali] che Dio ha inserito in esse e che ha sparso a guida di semi nell'istante della creazione, quando disse e le cose furono fatte, comandò e le cose furono create “

La creazione pertanto non avvenne lentamente affinché nelle creature, che sono lente per loro natura, potesse inserirsi un lento sviluppo né i secoli furono creati nello spazio di tempo con cui essi trascorrono. I tempi infatti conducono a termine le potenzialità relative allo sviluppo degli esseri in loro inserite quando furono creati in un attimo senza tempo. In caso contrario, se pensassimo che quando le cose furono create all'origine dal Verbo di Dio, i loro movimenti naturali e l'abituale durata dei giorni fossero come quelli che noi conosciamo, ci sarebbe stato bisogno non d'un solo giorno, ma di più giorni perché le piante, che si sviluppano dalle radici e rivestono la terra, germogliassero prima sotterra e poi spuntassero verso l'alto dopo un determinato numero di giorni, ciascuna secondo la sua specie. 

Dovremmo inoltre supporre che ciò fosse un processo continuo anche se la Scrittura narra la creazione della loro natura come avvenuta in un sol giorno, cioè nel terzo giorno. E poi quanti giorni sarebbero occorsi perché gli uccelli volassero se, venendo alla luce da un proprio germe primordiale, arrivarono a rivestirsi di piume e di penne seguendo i ritmi propri della loro natura? 
Si può forse dire ch'erano state create solo le uova quando la Scrittura dice che al quinto giorno le acque produssero ogni volatile alato secondo la sua specie? 
Oppure, se ciò potesse esser detto ragionevolmente, poiché nella sostanza liquida delle uova c'erano già tutti gli elementi che in un determinato numero di giorni si organizzano e si sviluppano in un certo modo - dato che v'erano già le stesse ragioni [seminali] determinanti il ritmo di sviluppo intimamente inserite in modo incorporeo negli esseri corporei -, perché non sarebbe giusto dire la stessa cosa anche prima che esistessero le uova, poiché nell'elemento liquido sarebbero già state prodotte le stesse ragioni [seminali] grazie alle quali gli uccelli sarebbero potuti nascere e arrivare al completo sviluppo nello spazio di tempo richiesto per ciascuna specie? 

Dove furono fatte, dunque, le piante selvatiche? Forse nella terra in forma di ragioni [seminali], allo stesso modo che nei semi sono già tutti gli elementi d'ogni cosa prima che si evolvano in una forma o in un'altra e sviluppino la loro crescita e i loro caratteri specifici nel corso dei tempi? Ma questi semi che noi vediamo sono già sulla terra, sono germogliati di già.
Oppure diremo che i semi non erano sulla terra ma dentro la terra e perciò furono creati prima che spuntassero poiché spuntarono solo quando germogliarono e spuntarono alla luce del giorno in conseguenza del processo della loro crescita, come vediamo avvenire adesso alle piante attraverso gli spazi di tempo assegnati a ciascuna specie? I semi dunque furono forse creati quando fu creato il "giorno" e in essi era già insita ogni specie di piante selvatiche e ogni specie di piante coltivate non ancora sotto la forma con la quale appare la vegetazione dopo essere spuntata sulla terra, ma con la potenzialità con la quale sono già nelle "ragioni" seminali? Fu dunque la terra a produrre dapprima i semi?
Non così però si esprimeva la Scrittura quando diceva: E la terra produsse piante alimentari, ossia piante coltivabili portanti seme secondo la loro specie e a propria somiglianza e alberi da frutto e aventi il proprio seme in se stessi secondo la propria specie sulla terra
. Da questo passo è chiaro che i semi sono nati dalle erbe e dagli alberi e questi, al contrario, sono nati dalla terra e non dai semi, soprattutto perché le parole di Dio si esprimono proprio così. La sacra Scrittura infatti non dice: "I semi producano sulla terra piante alimentari e alberi fruttiferi", ma: la terra produca piante alimentari e contenenti il seme, indicando in tal modo che è il seme a nascere dall'erba e non l'erba dal seme. E così fu. E la terra produsse, cioè: così fu nella conoscenza del "giorno" suddetto e in seguito la terra produsse le piante affinché avvenisse così anche nelle creature che furono fatte.

La Scrittura dunque dice che la terra produsse le erbe e gli alberi in virtù di cause insite originariamente, nel senso cioè che ricevette la potenzialità di produrli. In essa infatti erano già stati creati, per così dire, nelle radici dei tempi, gli esseri futuri destinati a esistere nel corso dei tempi. Dio infatti piantò, in seguito, un giardino verso Oriente e vi fece germogliare ogni sorta d'alberi graditi alla vista e buoni da mangiare
. Non dobbiamo tuttavia dire che Dio aggiunse alla creazione qualcosa che non avesse fatto prima e che si dovesse aggiungere alla completezza degli esseri, con la quale nel sesto giorno portò a termine tutte le sue opere molto buone. Al contrario tutte le nature dei cespugli e degli alberi erano già state fatte nella creazione primordiale, dalla quale Dio si riposò, dando poi impulso e governando nel corso del tempo gli stessi esseri che aveva creati e dopo la creazione dei quali si era riposato; per questo motivo Dio non solo piantò allora il giardino, ma ancora adesso pianta tutti gli alberi che nascono. Chi altro infatti crea ancora adesso questi esseri, se non chi continua a operare senza interruzione? Ma Dio adesso crea gli esseri mediante quelli che già esistono; al principio, al contrario, essi furono creati da lui quando non esistevano affatto, quando fu creato il "giorno" e cioè la creatura spirituale e intellettuale che neppure esisteva.
Da confrontare con quanto detto anche nel “De Trinitate”:

Poiché di tutte le cose che nascono materialmente e visibilmente sono presenti negli elementi materiali di questo mondo certi misteriosi semi. Una cosa infatti sono i semi già visibili ai nostri occhi, nei frutti e negli animali, un’altra cosa sono i misteriosi semi con i quali, al comando del Creatore, l’acqua ha prodotto i primi pesci e i primi volatili, la terra i primi suoi germogli ed i suoi primi animali secondo la loro specie

SANT'AGOSTINO: LE SPECIE SONO STATE CREATE TUTTE ALL'INIZIO

Ancora dal "De Genesi ad litteram":


Se però noi supponessimo che Dio crea ora una creatura non appartenente alle specie costituite nella creazione primordiale, contraddiremmo senz'altro apertamente alla Scrittura, la quale afferma che Dio portò a termine tutte le sue opere il sesto giorno. È infatti evidente che Dio, conforme alle specie da lui create all'origine, crea un gran numero d'esseri nuovi che non aveva creati allora. Ma non si può logicamente credere che Dio crei nuove specie d'esseri, poiché terminò di crearle tutte allora. Dio pertanto, mediante la sua occulta potenza imprime un impulso a tutto l'universo delle sue creature; è proprio in virtù di questo impulso che tutte le creature son messe in movimento, quando gli angeli compiono gli ordini di Dio, quando gli astri compiono la loro orbita, quando i venti soffiano ora in una direzione ora in un'altra, quando l'abisso è agitato dal precipitare delle acque e anche dai vapori condensati turbinanti nell'aria, quando il regno vegetale germoglia e sviluppa i suoi semi, quando gli animali nascono e passano la propria vita secondo il loro proprio istinto, quando ai malvagi è permesso di tormentare i giusti. È così che Dio dispiega i secoli che aveva, per così dire, ripiegati nella creazione primordiale. Quei secoli non si svolgerebbero nel loro corso, se Colui, che li ha creati, cessasse di esercitare il suo governo provvidenziale su di essi.

Se infatti le opere primordiali, in cui Dio creò tutte le cose simultaneamente, non fossero state completate conforme alla loro natura specifica, senza dubbio sarebbero state loro aggiunte in seguito le perfezioni mancanti al loro completo essere; in tal modo risulterebbe una specie di completezza dell'universo formata - per così dire - dalle opere di una metà e dell'altra metà di esso, come se fossero le parti di un tutto, dall'unione delle quali risulterebbe completo lo stesso tutto, di cui quelle erano parti. D'altronde, se quelle opere fossero giunte alla perfezione nel senso che sono rese perfette quando sono prodotte ciascuna di esse a suo tempo nella loro forma visibile e nella loro realtà, certamente in seguito lungo il corso dei tempi o non nascerebbe nulla da essi o ne nascerebbero gli effetti che Dio non cessa di produrre servendosi degli esseri che ormai nascono ciascuno a suo tempo. Ora però in un certo senso sono state portate a perfezione e in altro senso sono abbozzate le stesse cose che Dio creò tutte simultaneamente al principio quando creò il mondo e che si dovevano sviluppare nei tempi che sarebbero seguiti: esse sono state portate a perfezione senza dubbio poiché nella natura loro propria - nella quale trascorrono il corso dei loro tempi - non hanno nulla che in esse non fosse presente come creato nelle loro cause, ma d'altra parte sono state anche abbozzate, poiché in esse erano, per così dire, i semi degli esseri futuri che, nel corso della durata di questo mondo, dovevano esser fatti uscire dal loro stato occulto ed essere resi palesi a tempo opportuno. Per questo le parole della sacra Scrittura posseggono una grande efficacia per insegnare questa verità se uno le considera attentamente. Essa infatti da una parte dice che le opere di Dio furono portate a perfezione e dall'altra che furono abbozzate. Se non fossero state condotte a perfezione, la Scrittura non direbbe: Il cielo e la terra furono portati a termine con tutto il loro ornamento. E il sesto giorno Dio portò a termine tutte le opere che aveva fatte. Dio inoltre benedisse il settimo giorno e lo dichiarò sacro
. D'altronde, se prima non fossero state solo abbozzate, essa non aggiungerebbe: In quel giorno Dio si riposò da tutte le opere che aveva cominciato a fare

CONCLUSIONI SU SANT'AGOSTINO E SITUAZIONE NEL MONDO ISLAMICO

Quello che possiamo evincere è che Agostino ritiene che gli organismi originari siano stati creati da Dio come semi che poi si sono sviluppati successivamente secondo i propri ritmi (in seguito la cosa non si è resa più necessaria e i nuovi organismi sono nati dai vecchi attraverso i noti meccanismi riproduttivi). 

Questo è, in senso ampio, un processo evolutivo, ed è ciò che ha causato l’equivoco sul presunto evoluzionismo di Agostino
In realtà però è ben evidente che il fenomeno in esame non ha nulla a che vedere con l’evoluzione dei viventi come concepita da noi
Di più, Agostino sostiene anche fermamente che tutte le specie sono state create in origine da Dio, e che in seguito non ne sono state create altre. 
Con questo è sicuramente chiusa la porta all’ipotesi di una creazione a scaglioni, ma anche l’idea che nuove specie siano comparse a partire dalle vecchie attraverso processi evolutivi è molto difficile che fosse nei pensieri di Agostino.
Tuttavia le categorie di Agostino in una certa misura sembrano adattarsi bene all'idea di evoluzione dei viventi: usando la sua terminologia potremmo dire che secondo la teoria dell'evoluzione all'interno delle specie che vengono prima ci sono le ragioni seminali di quelle che da esse discendono. Un'affermazione che potrebbe essere approvata anche da un genetista.

Esaminati il mondo pagano ed il mondo cristiano, restano da considerare i presunti pionieri dell'evoluzione che di tanto in tanto vengono indicati tra i pensatori musulmani del periodo classico.


Esaminiamo per primo lo scienziato, matematico e filosofo persiano Nasir al-Din al-Tusi. Secondo alcuni questo importante esponente della cultura islamica del XIII secolo avrebbe formulato per primo l’idea che le specie evolvano nel tempo da una forma all’altra.


Chi riporta questa cosa lascia anche intendere che Tusi abbia parlato di caratteri selezionati dall’ambiente ed ereditati dalle generazioni successive.
L'opera in cui avrebbe espresso queste tesi, 
l’Akhlaq-i Nasiri (curiosamente un trattato di etica, non di scienze naturali), purtroppo non è di facilissima reperibilità. 

Quello che però è facile verificare è che tutti coloro che accostano Tusi all'evoluzionismo si richiamano alla stessa fonte, Farid Alakbarli, ricercatore azero che desta non pochi sospetti: egli stesso ammette di aver tradotto il termine “takamul”, usualmente inteso come “perfezione”, con un inconsueto ed anacronisticoevoluzione”, e gli stralci dell'opera di Tusi che presenta danno l'impressione di essere stati selezionati e manipolati ad arte.

In attesa di avere l'opportunità di verifiche più approfondite, l'ipotesi che abbiamo formulato è che Tusi nella sua opera stesse semplicemente esprimendo la sua adesione, condivisa da quasi tutti i filosofi della sua epoca, ad una visione gerarchica dei viventi ereditata dal mondo greco e che viene generalmente chiamata Scala Naturae o Grande Catena dell'Essere.



Scala Naturae di Charles Bonnet
Œuvres d'histoire naturelle et de philosophie, 1781)

Durante la loro espansione gli Arabi ebbero modo di entrare in contatto con le opere scientifiche e filosofiche greche, in particolare con Aristotele, o meglio con Aristotele ibridato con le dottrine neoplatoniche. 
Da queste fonti appresero la consuetudine di collocare gli esseri lungo una scala gerarchica, alla base della quale vi erano gli elementi inanimati e sui gradini successivi, in progressione dal basso verso l'alto, le piante, gli animali, l'uomo, gli intermediari tra uomo e Dio e infine Dio stesso. Come si evince facilmente, al salire della scala aumenta la perfezione degli esseri che vi troviamo.
Conoscendo la dottrina della Scala Naturae, viene spontaneo pensare che probabilmente Tusi ad essa pensasse, e non a processi evolutivi. 
In pratica, col trattamento Alakbarli, semplici paragoni tra diversi gradi di perfezione dei viventi finiscono col sembrare un percorso evolutivo tra forme di vita, mentre passi che trattano le variazioni fisiologiche e comportamentali di un singolo organismo difronte alle sfide ambientali finiscono col sembrare descrizioni dell’evoluzione biologica delle specie. 
O almeno questo è quello che presumiamo.

In effetti quando Tusi dice che gli organismi che si adattano più velocemente alle novità dell’ambiente sono favoriti rispetto agli altri non sembra nemmeno che stia anticipando la selezione darwiniana in quanto in alcun modo si riesce ad evincere dal passo che tali cambiamenti non riguardino solo una generazione e che debbano tramandarsi per via ereditaria ai discendenti.

Furbescamente Alakbarli fa passare per antesignani della teoria dell’evoluzione anche i passi in cui si dice che tutte le cose esistenti, compresi i viventi, derivino da una stessa materia primordiale indistinta, ma come abbiamo visto una teoria simile è esposta anche da sant’Agostino e non implica in alcun modo che
le specie siano derivate le une dalle altre attraverso processi evolutivi.


Per quanto riguarda l’essere umano, Tusi afferma che condivide delle caratteristiche di base con gli animali, ma anche che con la volontà può ergersi al di sopra di essi e toccare vette a loro precluse. 
In tutto ciò non si esprime nessuna idea di parentela tra uomo e animali.


Ma il punto in cui il racconto di Alakbarli perde  il massimo della credibilità è quello in cui lascia intendere che Tusi sia arrivato a contemplare l’evoluzione dell’uomo da un qualche tipo di scimmia
Può farlo perché, a quanto pare, mutila pesantemente un passo dell’opera di Tusi inserendo un suo commento tra parentesi in cui si nominano delle improbabili “scimmie antropoidi” (mai citate da Tusi ovviamente).

Dunque il discorso è chiuso?
Non ancora, altri autori islamici sono stati accostati alla teoria dell'evoluzione.

Il problema è che è difficile reperire le fonti per verificare in prima persona, e così al momento non possiamo stabilire con certezza se e quanto si siano avvicinati all'evoluzione tanti autori come Al-Mas'udi (X secolo), Al-Biruni (X-XI secolo), Ibn Miskawayh (X-XI secolo), Ibn Tufayl (XII secolo), Nidhami Arudi (XII secolo), Ibn Arabi (XII-XIII secolo), Rumi (XIII secolo), Al-Damiri (XIV secolo). 
Per non parlare di Al-Jahiz (IX secolo), da molti indicato come il primo evoluzionista, ispiratore di tutti gli altri nel mondo musulmano, o dei pensatori appartenenti alla società filosofico-religiosa Ikhwan Al-Safa
Di questi ed altri autori si dice spesso che hanno intuito l'evoluzione delle specie, o per lo meno il principio della selezione naturale (ma, in questo, come abbiamo visto, sarebbero preceduti almeno da Lucrezio). 
Di sicuro hanno contemplato l'idea della generazione della vita dalla materia inanimata, ma, come già spiegato, questo problema non è in realtà strettamente legato a quello dell'evoluzione come molti vorrebbero. 

Alcuni hanno anche rilevato l'affinità fisiologica tra uomo e scimmie, ma in almeno un caso l'elefante è stato considerato più vicino all'uomo di qualsiasi primate (un'opinione che troviamo nelle riflessioni della Ikhwan Al-Safa e che è motivata dall'aver considerato principalmente le facoltà intellettive, considerate superiori nell'elefante).

Da quel po' che ci è stato possibile verificare, molti dei pensatori arabi sopra ricordati sono stati interpretati come pionieri dell'evoluzionismo solo perché sono state forzate alcune loro affermazioni che in realtà erano solo esposizioni della solita Scala Naturae (un po' come sembra sia avvenuto per Tusi), tuttavia in alcuni casi sembra che realmente l'idea di un'evoluzione delle specie sia stata presa in considerazione. 
Magari non sempre sposata realmente, ma almeno concepita ed espressa. 
Quello che sappiamo è che gli Arabi si dedicarono tantissimo all'alchimia, e che quindi era loro ben presente la possibilità che un elemento del regno minerale si trasformasse in un altro elemento dello stesso regno. 
Data questa premessa, non è assurdo pensare che i filosofi musulmani abbiano ipotizzato che trasformazioni simili potessero avvenire anche negli altri regni o da un regno all'altro, e questo effettivamente ricorderebbe molto la nostra idea di evoluzione dei viventi. 
L'evoluzionismo potrebbe essere nato dunque, in una sua prima forma indipendente dall'attuale (sebbene non sia mancato addirittura chi abbia sostenuto, in modo molto ardito, che Darwin abbia elaborato le sue idee basandosi su testi del medioevo islamico!), dall'unione del pensiero alchemico con la concezione gerarchica degli esseri viventi ereditata da Aristotele (sebbene, curiosamente, la Scala Naturae sia un'idea spesso stigmatizzata proprio da chi oggi si occupa di evoluzione).


FINALE A SORPRESA: ARISTOTELE AVEVA GIÀ RISPOSTO A DARWIN!

In attesa di nuove informazioni su questo particolare momento della storia del pensiero, si deve considerare la teoria dell'evoluzione nata più tardi, nell'Europa del XVIII secolo, con le riflessioni di personaggi come Maupertuis, Buffon, Diderot e Bonnet? Bisognerebbe chiedere proprio ai moderni da dove hanno preso certe idee, o se per caso non fossero a conoscenza di fonti più antiche che professavano teorie simili. Sorprendentemente però chi cerca i loro predecessori in epoche precedenti spesso non si avvede di indicazioni importanti contenute in classici che non si possono definire proprio di nicchia. "L'origine delle specie" di Charles Darwin ci dà un'informazione cruciale già nella prima pagina dell'opera (considerando le edizioni successive alla seconda):

Aristotele, nelle "Physicae Auscultationes" (libro 2, cap. 8, par. 2), dopo aver osservato che la pioggia non cade per far crescere il grano più di quanto non cada per danneggiare il raccolto quando il contadino si appresta a trebbiarlo, applica la medesima argomentazione all'organismo ed aggiunge (secondo la traduzione del sig. Clair Grece, il primo che mi abbia fatto osservare questo passo): "Che cosa dunque impedisce che le varie parti [dell'organismo] abbiano in natura, questo rapporto puramente accidentale? Per esempio, i denti anteriori sono, per necessità, taglienti ed atti a lacerare, mentre i molari sono piatti ed utili alla masticazione degli alimenti; tuttavia essi non furono fatti in tal modo a bella posta, bensì in conseguenza di fenomeni accidentali. Lo stesso si può dire di altre parti che sembrano essere adatte a determinati scopi. Quindi, tutte quelle cose (ossia tutte quelle parti di un complesso) che, per caso, risultano utili a qualche scopo, si sono conservate, in quanto una spontanea potenza interna ha conferito loro qualità appropriate. Invece tutto ciò, che non possiede queste qualità è scomparso e sta tuttora scomparendo". Troviamo qui adombrato il principio della selezione naturale, tuttavia le osservazioni sulla formazione dei denti dimostrano che Aristotele non aveva affatto afferrato profondamente questo principio.

Abbiamo dunque l'evidenza che lo stesso Darwin era al corrente del fatto che un abbozzo della sua teoria sulla selezione naturale era stato concepito già in epoca antica. Il passo di Aristotele da lui citato è contenuto nel secondo libro della "Fisica", ma è bene evidenziare che Aristotele in quel frangente non sta esprimendo una sua teoria ma solo dando voce a possibili obiezioni al suo finalismo. Infatti dopo le righe riportate da Darwin lo stagirita prosegue:

Questo è dunque il ragionamento che fanno quanti muovono obiezioni, di questo tipo o simili, su quest’aspetto particolare. Ma è impossibile che sia così. In effetti queste e tutte le altre cose che sono da natura, o si generano sempre in questo modo, o per lo più, e nessuna di esse si genera per fortuna o a caso. Infatti non è in modo fortuito o casualmente che capita che piova spesso in inverno, mentre questo sarebbe vero se accadesse durante la canicola; e la canicola non fosse in estate, [199 a] ma piuttosto durante l’inverno. Se dunque c’è caldo, questo sembra essere o a caso o in vista di un fine; e se non è possibile che queste cose accadano o per circostanze fortuite o [5] a caso, avverranno in vista di un fine. Ma tutte queste cose sono da natura, come ammettono anche coloro che sostengono tali tesi; dunque nelle cose che si generano o esistono per natura, è presente l’operare in vista del fine.

Insomma, Aristotele è saldo nel suo finalismo e non può accettare una teoria come quella di Darwin. Mostra però di essere stato in grado di concepire la selezione naturale, prima di Darwin, prima di Lucrezio e magari anche prima di chiunque altro.

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