Vizi e virtù degli eroi della rivoluzione astronomica

TUTTO EBBE INIZIO CON COPERNICO...

Il modello tolemaico introduceva, senza spiegazioni fisiche, la complicazione delle orbite eccentriche (epicicli e deferenti), ma ebbe un discreto successo perché, preso semplicemente come mero artificio matematico per prevedere la posizione degli astri, inizialmente funzionava molto bene, almeno per gli scopi dell’epoca (redazione di calendari e compilazione di oroscopi).
Anche se è passato alla storia come un modello geocentrico, tecnicamente non lo era in senso stretto, infatti la Terra non si trovava perfettamente al centro delle orbite circolari degli altri pianeti, piuttosto ogni deferente aveva il suo centro in un punto a metà strada tra la Terra e un punto arbitrario chiamato equante, rispetto al quale il moto circolare del pianeta risulta uniforme, cosa che non avviene rispetto alla Terra.

Quando l’ecclesiastico Niccolò Copernico lo mise in discussione nella prima metà del XVI secolo fu perché lo trovava troppo complicato e non giustificato dal punto di vista fisico.
Influenzato dal clima dell’epoca, segnato dalla riscoperta del pensiero degli antichi, Copernico si adoperò per elaborare un modello più semplice e realistico che conservasse però le orbite circolari, e recuperò la dottrina eliocentrica di Aristarco di Samo sotto l’influenza del Corpus Hermeticum.
Il Corpus Hermeticum è un insieme di testi di età ellenistica che la tradizione attribuiva alla mitica figura di Ermete Trismegisto, si tratta di opere di teurgia, magia, alchimia e filosofia, e in alcune di esse il Sole compare spesso in una posizione di centralità assoluta.
A motivare Copernico c’era però anche un altro fattore: se è vero che i calcoli di Tolomeo (che secondo alcuni erano in realtà in buona parte copiati da Ipparco di Nicea) consentivano inizialmente previsioni di ottima fattura, col passare dei secoli le sue tavole astronomiche, copiatura dopo copiatura, avevano accumulato una serie di errori abbastanza grande da ridurne sensibilmente le capacità predittive.
Curiosamente il modello che Copernico andò elaborando non risultò in alcun modo più fondato fisicamente di quello di Tolomeo, né presentava una maggior efficacia predittiva.
Inoltre utilizzava un numero di epicicli doppio rispetto alla variante del sistema tolemaico allora corrente, quella elaborata da Georg von Peuerbach, e le bizzarrie non finiscono qui: la Luna corre lungo un doppio epiciclo, ogni orbita ha un centro diverso, mai corrispondente col Sole (quindi il sistema non è eliocentrico strictu sensu) e almeno per tre pianeti (Mercurio, Venere e Terra) i centri dei deferenti corrono a loro volta su degli epicicli!
Basta un rapido confronto per verificare che il sistema tolemaico non è più complicato  di quello copernicano. Notare che nel secondo i centri dei deferenti di alcuni pianeti si muovono,  anch'essi, lungo epicicli




Copernico si rendeva conto di questi problemi e probabilmente è proprio per la sua insoddisfazione che non si convinceva a pubblicare il suo lavoro, che pure era piaciuto al papa che l’aveva letto in anteprima. Ad esortarlo a pubblicare c’erano soprattutto un cardinale ed un vescovo, ma Copernico temeva di essere dileggiato visto che era già stato oggetto di satira in teatro per opera di un autore protestante.
Il mondo cattolico e il mondo protestante sostanzialmente conservarono il loro atteggiamento verso la teoria anche dopo la pubblicazione dell’opera di Copernico, il “De revolutionibus orbium coelestium”: mentre Lutero apostrofa lo scienziato come “questo imbecille”, Melantone ne condanna l’opera e Calvino lo ignora, la Chiesa Cattolica invece sembra abbia utilizzato il modello di Copernico per redigere il calendario gregoriano. Del resto l’opera recava una dedica a papa Paolo III.
Oltre all'epistola dedicatoria indirizzata al pontefice, allegata all'opera nella sua prima edizione comparve anche una strana prefazione in cui si precisava al lettore che il modello di Copernico era solamente matematico, finalizzato ad effettuare i calcoli, e che in alcun modo aveva pretesa di essere reale.
Questa prefazione in realtà tradisce completamente le vere intenzioni di Copernico, per il quale il modello doveva essere non solo matematico ma decisamente fisico, e difatti non fu lui a scrivere quelle enigmatiche righe.
Il curatore di bozze dell’opera, il teologo e scienziato protestante Andrea Osiander, si era preso la libertà di apportare questa aggiunta al libro, per facilitarne la diffusione anche nelle aree interessate dalla Riforma Protestante, dove tali idee potevano esser viste non troppo bene.
Questo equivoco sarà duro a morire e non sarà privo di conseguenze.

Sia come sia, l’entusiasmo che accolse in area cattolica il lavoro di Copernico si raffreddò presto non appena gli studiosi si resero conto delle sue limitazioni.

IL LAVORO EPOCALE DI BRAHE

Insoddisfatto dei modelli disponibili all’epoca, l’astronomo Tycho Brahe, forte dei sostanziosi finanziamenti del re di Danimarca e Norvegia (un budget paragonabile a quello attuale della NASA più un’intera isola per il suo osservatorio), si mise ad effettuare nuove accurate osservazioni del cielo.

Tycho Brahe era un tipo originale: non aveva il naso (sostituito da una placca metallica) perché l'aveva perso in un duello con un nobile che sosteneva di avere maggior talento matematico. Morì nel 1601, molti giorni dopo lo scoppio della vescica durante un banchetto: si disse che abbandonare il banchetto prima della conclusione sarebbe stato l'apice delle cattive maniere, quindi preferì rimanere. 
Per quanto riguarda i suoi meriti scientifici, basti dire che con le sue osservazioni fu in grado di compilare precise tavole astronomiche da poter usare al posto di quelle obsolete di Tolomeo. Osservazioni sul moto di una cometa, che apparentemente attraversava nel suo tragitto le orbite di più corpi celesti, lo indussero a rigettare la dottrina aristotelica delle sfere celesti. 
In particolare però utilizzò i suoi dati per elaborare un modello cosmologico geocentrico col quale riusciva a tener conto con soddisfacente precisione del moto di tutti i pianeti, a parte alcuni 
problemi con l’orbita di Marte, che sarebbero stati risolti solo con l’adozione, da parte di Keplero, delle orbite ellittiche
L’eliocentrismo non era proprio contemplato da Brahe, per il semplice fatto che non riusciva ad ammettere l’idea che la Terra si muovesse attorno al Sole.
In effetti lo scienziato aveva le sue ragioni, il moto della Terra sembrava confutato dall'assenza di parallasse stellare.
La parallasse è quel fenomeno per cui, cambiando punto di osservazione, un oggetto non troppo lontano sembra muoversi rispetto ad uno sfondo più distante.
Dal momento che Tycho non credeva più nelle sfere celesti, era portato a immaginare che le cosiddette “stelle fisse”, quelle che nei vecchi modelli cosmologici si trovavano incastonate nella stessa calotta sferica, a pari distanza dalla Terra, si trovassero in realtà a diverse distanze da essa, e per questo si aspettava che un eventuale moto della Terra avrebbe messo in luce fenomeni di parallasse tra di esse.
In pratica la Terra nel suo moto di rivoluzione attorno al Sole avrebbe fornito ad un osservatore, a distanza di mesi, due punti di osservazione abbastanza distanti tra loro.
Focalizzando l’attenzione su una qualsiasi stella, le distanze tra essa ed altre stelle dovevano cambiare al variare del punto di osservazione, in altre parole si doveva osservare, appunto, quella che viene detta parallasse stellare. Ma nessuno poteva dire di averla mai osservata.

I sostenitori del moto terrestre obiettavano che probabilmente la parallasse c’era ma non era osservabile a causa dell’eccessiva distanza di tutte le stelle (che è in effetti la spiegazione corretta), ma a parte il problema epistemologico di formulare nuove ipotesi per sostenerne di vecchie totalmente prive di riscontri empirici, Tycho Brahe aveva stimato una distanza stellare molto più piccola di quella necessaria per giustificare l’assenza di parallasse.

Osservando ad occhio nudo Procione, un astro della costellazione del Cane Minore, aveva constatato che aveva lo stesso diametro apparente e la stessa luminosità di Saturno.
Se la distanza tra Procione e la Terra fosse stata 100 volte quella tra la Terra e Saturno, una semplice proporzione avrebbe condotto a ritenere Procione spaventosamente gigantesco rispetto al Sole, e la stessa considerazione, con ragionamenti analoghi, si sarebbe potuta fare per tutte le altre stelle del cielo. Il Sole quindi si sarebbe rivelato una singolare eccezione, l’unica stella piccolissima in un universo di stelle gigantesche.
Ma se Procione fosse stata più vicina la parallasse sarebbe stata visibile, il che non era. Brahe ne dedusse la stazionarietà della Terra. 


In realtà Brahe non aveva stimato correttamente la distanza delle stelle dalla Terra, e questo perché era stato ingannato da effetti ottici fino ad allora inimmaginabili.
In effetti l’osservazione ad occhio nudo delle stelle trae in inganno a causa dei moti turbolenti dell’atmosfera e di aberrazioni ottiche legate alla fisiologia stessa dell’occhio, ma nemmeno l'adozione del cannocchiale, di poco successiva all'attività di Brahe, poteva risolvere il problema (le ottiche frapposte tra sorgente luminosa e occhio sono filtri che introducono ulteriori aberrazioni, ma il problema principale è che una sorgente di luce puntiforme, quale dovrebbe essere una stella, osservata attraverso un’apertura circolare appare sotto forma di disco esteso circondato da aloni circolari, il cosiddetto disco di Airy).
Più tardi Galileo arrivò ad ipotizzare l’esistenza di tali effetti, perché l’assenza di parallasse stellare era fatale per la sua teoria. Il pisano tentò certamente di individuare un fenomeno di parallasse stellare, ma senza successo: come molti altri credeva che la luminosità delle stelle dipendesse unicamente dalla distanza dalla Terra, e a partire da questa premessa scelse di tenere in osservazione due stelle visivamente vicine ma a luminosità molto diverse (e quindi presumibilmente a differente distanza dalla Terra), il sistema di Mizar.
L'osservazione avrebbe dovuto mostrare la tanto agognata parallasse, ma ciò non poteva verificarsi in alcun modo, nemmeno fingendo che la valutazione delle distanze non fosse viziata dal disco di Airy, perché Galileo, molto sfortunatamente, scegliendo Mizar si era imbattuto in un autentico sistema binario (ossia le due stelle sono davvero vicine, non è solo apparenza), e quindi le due stelle che lo costituiscono si trovano praticamente alla medesima distanza dalla Terra e nessuna parallasse è osservabile tra di esse.
Molto poco correttamente, Galileo non fece parola di questa osservazione che apparentemente confutava le proprie teorie, e nel "Dialogo sui massimi sistemi" elogiò, nonostante tutto, questo metodo di verifica.


LA "MISTICA" DI KEPLERO

Le tavole astronomiche di Tyco Brahe fornirono finalmente dati più accurati agli astronomi, con quelli a disposizione in precedenza Giovanni Keplero, un astronomo che pure sosteneva, in contrasto con Brahe, l’eliocentrismo, non sarebbe riuscito a concepire le orbite ellittiche con le quali soppiantò le vecchie orbite circolari della tradizione.  
Keplero ebbe la fortuna di lavorare per Tycho e di visionare i suoi risultati in anteprima, anche se il suo lavoro su questi dati non fu sempre compreso e rispettato (Longomontanus lo accusò di star spalando letame). 
Pare che lo stesso Galileo, che con lo scienziato tedesco aveva comunque una frequente corrispondenza, in alcune circostanze l’abbia un po’ snobbato: di sicuro non gli inviò uno dei suoi cannocchiali, che Keplero aveva richiesto gentilmente, né accolse il suggerimento datogli da Federico Cesi di incorporare le orbite ellittiche di Keplero nel suo sistema per migliorarlo.
A ciò aggiungiamo che Keplero inviò al pisano anche una copia della sua opera Astronomia Nova e questi non la lesse mai.
Può aver giocato un ruolo in tutto ciò l’eccessiva inclinazione di Keplero ad approcciare la scienza con un certo misticismo numerologico. 

Anche nelle sue più brillanti scoperte molto spesso il rigore metodologico è sostituito o affiancato dall'intuizione misticheggiante, ad esempio quando afferma che il moto dei pianeti era causato dall'azione di un campo esercitato dal sole e che l’impeto di tale moto dipendeva inversamente dalla distanza del pianeta dal Sole, si avvicina spaventosamente alle scoperte che saranno poi di Newton, ma le compromette anche indicando questo campo come lo Spirito Santo che procede dal Padre (Il Sole) al Figlio (il cielo delle stelle fisse, in cui Keplero, anche in questo in contrasto con Brahe, ancora credeva). 
Anche le importantissime tre leggi che portano il suo nome (la prima delle quali insegna appunto l'ellitticità delle orbite dei pianeti) vennero spiegate dallo scienziato ricorrendo a ragionamenti numerologici dal sapore pitagorico. 
Per quanto riguarda il cielo delle stelle fisse, cioè l’ipotetica volta celeste in cui le stelle si trovavano tutte incastonate, si è già detto che Keplero, in controtendenza coi suoi tempi, vi credeva ancora. Sarebbe stato forse meno eccentrico se solo non avesse anche dichiarato che tale volta fosse fatta di cristallo di Boemia e che il suo spessore fosse calcolabile a partire da ragionamenti sulla pari regalità delle tre persone della Santissima Trinità.
Anche il suo stile di scrittura non era tra i più agevoli: lui stesso non riuscì più a comprendere cosa aveva scritto tempo prima rileggendo a distanza di anni una sua opera!
Fu comunque l’astronomo che ebbe l’intuizione decisiva per uscire dall'impasse del periodo, e ad ogni modo riuscì ad avere una qualche influenza politica, la stessa grazie alla quale tirò fuori dai guai la madre accusata di stregoneria (sebbene, si evince dalla corrispondenza privata, lo stesso Keplero sospettasse di lei!).


IL CANNOCCHIALE DI GALILEO

Keplero, come Galileo, appartiene a quella generazione di astronomi che, lasciandosi alle spalle l’astronomia ad occhio nudo di cui Tycho Brahe era stato l’ultimo campione, si dotò di strumenti ottici per scrutare il cielo. 
L’invenzione del cannocchiale può vantare qualche antecedente in epoche precedenti (c'è chi arriva a scomodare addirittura gli Assiri!) ma è indubitabile che il cannocchiale inteso in senso moderno sia stata un’innovazione del XVII secolo. 
Com'è usuale in casi come questo, non si sa chi sia stato il vero inventore di questa tecnologia, ma la versione dei fatti più diffusa lo indica in Johannes Lippershey, o comunque in qualcuno che visse e operò in Olanda. Ciò che conta è che l’invenzione ebbe un successo e una diffusione così grandi che vari esemplari di cannocchiale si potevano trovare nelle fiere, venduti come giocattoli (e dire che agli albori il cannocchiale aveva rischiato di venir coperto da segreto militare). 
Fu proprio in una di queste fiere che Galileo lo incontrò e ,incuriosito, si mise subito all’opera per costruirne uno tutto suo. 
La sua fortuna fu che avesse già molta dimestichezza con la lavorazione delle lenti, uno dei lavori che faceva per guadagnare, e che avesse la possibilità di rifornirsi presso i mastri vetrai di Murano. 
Il cannocchiale di Galileo costituiva un rilevante avanzamento tecnico rispetto ai precedenti, ed è per questo che ebbe subito un notevole successo. Tutti chiedevano degli esemplari a Galileo, anche Keplero, il quale però, inascoltato, fu costretto a procurarsi un cannocchiale galileiano per altre vie. 

A fronte di tale successo non mancarono però le inevitabili diffidenze, comprensibili se teniamo conto dell’estrema novità del mezzo. 

Consideriamo anche che Galileo elaborò il suo strumento con un procedimento per tentativi ed errori, essendo totalmente all'oscuro delle leggi dell’ottica necessarie per costruire con criterio un cannocchiale. Poi, come già detto, uno strumento ottico introduce inevitabilmente delle aberrazioni, e queste sono un problema gigantesco se non le si conosce ancora bene. 
Per fare un esempio, Galileo era riuscito a scorgere l'anello di Saturno, ma non l’aveva riconosciuto come tale.
L’ignoranza delle leggi dell’ottica porta anche ad un’altra conseguenza: non si considera che le impostazioni del cannocchiale devono tener conto delle esigenze di ogni osservatore, ossia che devono essere personalizzate: Galileo per esempio ha ristretto il già piccolo obiettivo del cannocchiale con un diaframma, ma questo, mentre poteva sopperire a un difetto della vista che Galileo si portava dietro sin da bambino, poteva peggiorare l’esperienza osservativa di qualcuno che avesse invece occhi sani.
Già all’epoca poi ci si accorse che lo strumento a volte  sdoppiava le stelle inquadrate, e che la superficie della Luna appariva scabra ovunque tranne che alle periferie. 



Telescopi galileiani del XVII secolo, presso 

l’Istituto e Museo di Storia della Scienza, Firenze
A proposito di Luna, Galileo, tra le varie cose, aveva studiato disegno, eppure i suoi disegni della superficie lunare non risultano impeccabili 
(li criticò anche Keplero, e successivamente qualcuno ha anche sostenuto che i disegni effettuati nella stessa epoca dai gesuiti fossero più accurati). 
Molto probabile che le imperfezioni in tali ritratti fossero dovute a limiti osservativi, piuttosto che a carenze tecniche dell’artista Galilei. Anche i satelliti di Giove, scoperti da Galileo che li battezzò come “Lune Medicee”
in onore del suo protettore Cosimo II de Medici, erano problematici, perché non tutti riuscivano a vederli. 
Il problema principale era che gli oggetti che si andavano ad osservare erano poco familiari e quindi non era facile capire cosa era aberrazione e cosa no, e anche stabilito che ci fossero deformazioni, come la fantasia dovesse correggerle. Per imparare a conoscere lo strumento e per testarne validità e limiti, si pensò giustamente di puntarlo anche contro obiettivi terrestri. 
I risultati erano incoraggianti, gli oggetti sulla terra venivano restituiti abbastanza fedelmente dal cannocchiale, e tuttavia oggi sappiamo che nel fenomeno percettivo una parte non trascurabile la giocano i ricordi e le aspettative, e dunque eventuali carenze nell'immagine percepita possono essere compensate da un istantaneo ed inconscio lavorio del cervello. 
Stando così le cose, non è assolutamente detto che la percezione che il cannocchiale dona degli astri venga elaborata dall’osservatore in maniera soddisfacente. 
Tutte queste osservazioni sui limiti di questo nuovo metodo di osservazione diventano particolarmente importanti quando consideriamo che Galileo attribuiva alle osservazioni col cannocchiale la sua conversione al copernicanesimo.

SCOPERTE E DISPUTE

Al di là dei limiti tecnici, comunque, il cannocchiale permetteva uno sguardo sull’universo del tutto nuovo, e la sua epoca fu segnata da una serie di scoperte fondamentali per l’astronomia
Le scoperte che più di tutte segnarono la rivoluzione astronomica del ‘600, perché mettevano in discussione vecchie concezioni del mondo e della natura, riguardavano la scabrosità della superficie lunare, i pianeti medicei, le fasi di Venere e le macchie solari
Attorno ad esse si svilupparono spesso delle contese per stabilire chi fosse il primo ad averle fatte. 


Lodovico Cardi detto il Cigoli
Immacolata Concezione
Cappella Paolina Santa Maria Maggiore, Roma
La scabrosità della superficie lunare faceva cadere l’assunto aristotelico secondo il quale gli astri dovevano essere, in virtù della loro superiore natura, perfettamente sferici, essendo la sfera la più perfetta delle forme. 
Mentre il primo a fare schizzi della superficie lunare è stato Thomas Harriot, incapace però di comprendere che le macchie che osservava erano rilievi e avvallamenti, l’irregolarità della superficie lunare è una scoperta che si contendono Galileo (avvantaggiato nell'interpretare correttamente 
i chiaroscuri grazie alla sua esperienza come disegnatore) e il gesuita  Giovan Paulo Lembo
Intanto emblematicamente nel 1611 il pittore Lodovico Cigoli, amico di Galileo, raffigurando la Madonna nell'iconografia classica ispirata all'Apocalisse che la vede in piedi sulla Luna, ritrae il nostro satellite pieno di crateri. 


Una disputa sorse anche sulla paternità della scoperta dei satelliti di Giove
Pare che Galileo sia stato effettivamente il primo, ma Simon Marius lo segue di appena un giorno. Tale scoperta comunque frutta a Galileo la nomina di filosofo di corte di Cosimo II De Medici, con tanto di salario, e questo gli attira invidie da ogni dove visto che Galileo effettivamente non aveva la formazione per fregiarsi di tale titolo, essendo egli solo un matematico.  
L’impatto di questa scoperta è controverso, nel senso che da una parte può suggerire l’idea dell’eliocentrismo, visto che dimostra che non tutto gira attorno alla Terra come voleva Aristotele, ma dall’altra, per lo stesso motivo, dà maggior credito agli epicicli (presenti tanto nel modello copernicano quanto in quello tolemaico), che fino ad allora erano visti più che altro come artificio matematico e che oggi sappiamo non avere alcun fondamento fisico. 
Lo stesso Galileo si rendeva conto di ciò: a Federico Cesi, che gli diceva che avrebbe accettato volentieri il copernicanesimo se si fossero eliminati gli epicicli, rispondeva “[...] se alcuno vorrà negare questi, converrà che neghi le revolutioni delle Stelle Medicee intorno a Giove […] et negando quelli, converrà dire che il vedere Marte hora vicinissimo alla terra et hora lontanissimo sia una illusione”. 

Mentre la scabrosità della superficie lunare e i pianeti medicei mettevano fortemente in discussione Aristotele, nulla in queste scoperte scalfiva minimamente il modello tolemaico
A confutare questo sistema giunse la scoperta delle fasi di Venere: il fatto che Venere mostrasse delle fasi come la Luna era inconciliabile col modello cosmologico elaborato da Tolomeo mentre si sposava bene col modello elaborato da Copernico. 
Tuttavia non era ancora il trionfo dell’eliocentrismo, visto che esistevano diversi modelli geocentrici alternativi a quello di Tolomeo in cui le fasi di Venere si presentavano senza problemi. 
A scoprirle furono, nello stesso periodo, Galileo, Marius ed Harriot. 
Galileo provò anche a disegnarle, ma le rappresentò erroneamente. 
Keplero rimase molto deluso da questa scoperta, perché era convinto che Venere brillasse di luce propria e non riflessa. 

L’altra grande scoperta del periodo fu quella delle macchie solari, zone di colore più scuro che si spostavano da una regione all’altra della superficie del sole.
Questa scoperta metteva in crisi la dottrina aristotelica dell’invariabilità dei cieli: evidentemente lassù in alto non c’erano solo moti periodici, eterni e sempre uguali a se stessi, e gli astri non avevano una struttura omogenea e costante. 

Tuttavia queste tesi non erano così innovative come si potrebbe pensare, ad esempio già Scoto Eriugena (monaco irlandese che, curiosamente, elaborò un sistema cosmologico analogo a quello che sarà proprio di Brahe) nel IX secolo negava l’incorruttibilità dei cieli. 

Per quanto riguarda la teologia dell’epoca, non sembra ci fossero particolari problemi ad ammettere questa idea, anzi: quando  Galileo ne parla col cardinale Carlo Conti e riceve questa risposta: “la Scrittura non favorisce ad Aristotele, anzi più tosto alla sentenza contraria, sì che fu comune opinione de' Padri [della Chiesa] che il cielo fosse corruttibile”. 

Per inciso, Conti aggiunge anche che pure il moto della Terra non doveva destare preoccupazioni teologiche perché la Bibbia parla agli uomini secondo le loro possibilità di comprensione, ed è dunque possibile che certi passi non vadano presi alla lettera. 
Tuttavia, aggiunge, questa interpretazione non letterale non è ammissibile se prima non si prova che la Terra effettivamente si muova!

In effetti alla scoperta delle macchie solari è legata soprattutto una controversia sulla paternità sorta tra Galileo e il gesuita Christoph Scheiner
In realtà entrambi erano stati battuti sul tempo daHarriot, che però, come suo solito, non rivelò la sua scoperta a nessuno, e pare che anche Keplero avesse già avvistato una macchia solare, confondendola però con un transito di Mercurio (poi, a dirla tutta, osservazioni ad occhio nudo sono forse rintracciabili anche in tempi molto più antichi, all’epoca di Carlo Magno per esempio). 
La disputa tra Galileo e Scheiner assume da subito un tono molto caustico per colpa di un malinteso iniziale: Galileo scrisse all’editore di Scheiner delle sue ipotesi riguardanti le macchie solari (secondo il pisano le macchie solari si trovavano nell’atmosfera del Sole), ma quando l’opera di Scheiner su tale fenomeno vede la luce la posizione di Galileo non è minimamente menzionata. Galileo lo vive come un affronto e da allora non farà sconti a Scheiner, il quale però non aveva nessuna colpa perché il suo editore per motivi tecnici non gli aveva messo a disposizione lo scritto di Galileo in tempo utile per integrarne le idee nell’opera. 
Quando Scheiner ebbe modo di visionare la lettera di Galileo riconobbe che le idee ivi contenute erano corrette, ma oramai era troppo tardi. Da quel momento Galileo e Scheiner non fecero altro che mandarsi continue frecciatine rivendicando ognuno la paternità della scoperta delle macchie solari (intanto Fabricius li aveva battuti entrambi sulla carta stampata). 
Galileo si era inimicato inutilmente un possibile alleato. 
L’interpretazione galileiana delle macchie solari mostra un Sole in rotazione su se stesso, questo può aver reso ancora più plausibile l’idea che anche la Terra potesse ruotare su se stessa. 
Scheiner dal canto suo continuerà a studiare il Sole e, allo scopo, progetterà e costruirà telescopi migliori di quelli di Galileo, dal quale riceveranno sonori sberleffi. 
Per quanto riguarda la paternità della scoperta invece, non è chiaro chi abbia osservato prima le macchie tra Scheiner e Galileo, sappiamo però che Galileo, nel corso della disputa, avrà la tendenza a retrodatare sempre di più la propria scoperta, dando l'impressione di star cercando di imbrogliare. 


Per approfondire: La grande scazzottata copernicana

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