Il caso Aldo Moro: quando Prodi interrogò gli spiriti

Il 16 marzo 1978 Aldo Moro viene sequestrato a Roma, in via Fani, da militanti delle Brigate RosseAttorno a questo avvenimento, e a quelli che seguirono, sorsero controversie tuttora vive, sull’effettiva modalità dell’agguato, sul numero dei partecipanti, su eventuali partecipazioni esterne al gruppo terroristico, ecc.
Tra i fatti che si verificarono nell’arco dei 55 giorni di prigionia di Moro, uno dei più controversi riguarda il covo delle BR di via Gradoli e coinvolge futuri protagonisti della politica italiana.

Il 2 aprile, in una casa in provincia di Bologna, un gruppo di amici decide di fare una seduta spiritica con piattino per evocare le anime di Giorgio La Pira e Don Luigi Sturzo. 
Non si tratta di persone qualsiasi ma in buona parte di professori universitari, in alcuni casi destinati ad una futura carriera politica di primo rilievo: tra i partecipanti troviamo infatti Romano Prodi e Alberto Clò (il padrone di casa, colui che propose il “gioco”).
All'esperimento non furono estranei nemmeno alcuni bambini, figli di coppie presenti.
Agli spiriti si posero domande sul sequestro di Aldo Moro, si chiese se era ancora vivo, e soprattutto in che luogo si trovasse.
Come testimoniato tempo dopo da Prodi, il piattino, muovendosi, avrebbe composto, dopo alcune sequenze di lettere senza senso, le parole “Bolsena”, “Viterbo”, “Gradoli”.
Bolsena e Viterbo erano toponimi noti a tutti i presenti, ma nessuno ricordava di aver mai sentito parlare di Gradoli.
Una breve ricerca permise di scoprire che si trattava di un paesino nel nord del Lazio che, effettivamente, si trovava in provincia di Viterbo e a pochi kilometri dal lago di Bolsena!

Per scrupolo, le autorità vennero messe al corrente di queste indicazioni, e a quanto pare, nonostante la stranezza della situazione,  tali informazioni furono prese in seria considerazione: il 6 aprile la questura di Viterbo setacciò l’intero borgo di Gradoli alla ricerca del luogo di detenzione di Aldo Moro.
Non trovarono nulla, e tuttavia la storia non era destinata a finire lì.

Via Fani, la scena dell'agguato in cui furono uccisi gli uomini della scorta
e rapito Aldo Moro

Il 19 aprile a Roma i vigili del fuoco accorsero per un’apparente perdita d’acqua in un appartamento. Si scoprì che l’acqua proveniva da un rubinetto della doccia lasciato aperto di proposito (infatti era posizionato in modo tale da favorire l'infiltrazione d'acqua nelle pareti e segnalare all'esterno l'allagamento), ma soprattutto l’appartamento si rivelò essere un covo delle Brigate Rosse e al suo interno fu rinvenuta anche la targa originale della Fiat 128 bianca utilizzata dai terroristi nell'attentato di via Fani (in occasione dell’agguato infatti la macchina esibiva una targa falsa).

L’appartamento si trovava in via Gradoli 96.
Perfino il numero 96 ha del misterioso, perché a posteriori alcuni testimoni riferirono che era saltato fuori durante la famosa seduta spiritica (Romano Prodi però affermò di non ricordare nulla del genere).

 Il tutto può essere stato solo il frutto di una curiosa coincidenza? 
O è successo realmente qualcosa quel 2 aprile? 
I più scettici ipotizzano che tra i partecipanti alla seduta ci fosse qualcuno in possesso di informazioni e che ha sfruttato “gli spiriti” per rivelarle senza compromettersi.

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