Lo stratega in campo: storia della tattica nel calcio

Karl Rappan, l'allenatore che ispirò il Catenaccio, davanti alla classica lavagna tattica


Il calcio è lo sport più seguito al mondo e attorno ad esso gira uno dei business più grossi di sempre. Per questo motivo, e anche perché la forte passione che suscita spinge occasionalmente singoli e folle verso comportamenti discutibili, è stato spesso oggetto di critiche e diffidenza.
Soprattutto in certi ambienti colti e impegnati il calcio è stato talvolta snobbato, considerato un passatempo plebeo, volgare e degradante, privo di nobiltà anche per il fatto che, a detta dei denigratori, gli interessi economici l’hanno inquinato con scandali di ogni tipo, dalle truffe sportive al doping. Per non parlare degli atteggiamenti divistici di alcune stelle del pallone.
Non sono mai mancati però degli appassionati anche tra scrittori, artisti, scienziati, musicisti, registi, pensatori e militanti di ogni colore.


Tre calciatori d'eccezione: da sinistra verso destra Pier Paolo Pasolini, Bob Marley e Karol Wojtyla, futuro papa Giovanni Paolo II


Sembrerebbe addirittura che, in generale, oggigiorno lo snobismo verso il calcio non vada più di moda: in effetti questa forma di spettacolo non ha fatto che ampliare il proprio pubblico, conquistando anche le donne, che in tempi passati non ne erano coinvolte quanto oggi.
Nonostante questo sdoganamento del calcio presso tutti i ceti sociali e culturali, forse non sono ancora tantissimi a concepirlo, pur con tutte le sue innegabili zone d’ombra, come una tipica forma d’arte della contemporaneità (mentre è ormai opinione diffusa che l’incontro di calcio sia un gigantesco rito collettivo a cui sono legate mitologie, figure araldiche, ecc). Eppure il calcio ha le sue scuole nazionali, le sue evoluzioni stilistiche, i suoi maestri e i suoi capolavori. Come nella musica, c’è un livello di espressione artistica che è puramente interpretativo, e questo può manifestarsi nell’assolo di un singolo atleta come in una giocata di gruppo, nello schema ben rodato come nell’improvvisazione più selvaggia, ma poi c’è un livello superiore che è quello di chi scrive lo spartito o detta lo standard su cui improvvisare: è il livello dell’allenatore.
In questa sede ci divertiremo, si spera, a ripercorrere brevemente la storia della tattica calcistica, celebrandone i nomi più emblematici, quelli capaci di essere astuti strateghi prima della partita e carismatici direttori d’orchestra durante.

La nascita del calcio (e del rugby)

Il calcio, lo sport più popolare di sempre, paradossalmente nasce inizialmente come sport d’elite nei college inglesi, dove veniva chiamato “football”. Dietro di sé ha una lunga tradizione di giochi con la palla praticati un po’ ovunque nell’antichità, nel Medioevo e nel Rinascimento, basti pensare al più famoso di tutti, il calcio storico fiorentino, ma questo genere di competizioni in Inghilterra fu proibito per legge fino al 1835, anno in cui l’Highway Act ne permise finalmente lo svolgimento in spazi chiusi. Prima di allora si giocava comunque, anche se per strada e in clandestinità, e lo stesso termine Football sembra risalga a quel difficile periodo iniziale, se è vero che è attestato per la prima volta in un editto che proibiva il gioco ad Halifax a causa delle risse che scatenava
Inutile ricordare, come pure si potrebbe fare, giochi analoghi diffusi nell’estremo Oriente o nell’America precolombiana, non essendoci verosimilmente alcun rapporto di filiazione del calcio da questi. Pare che però lo Tsu-Chiu, praticato in Cina già qualche secolo prima di Cristo, fosse sorprendentemente simile, nel concetto di base, al calcio moderno.

A sinistra un'azione di calcio storico fiorenino, a destra l'imperatore cinese Taizu di Song gioca a Tsu-Chiu col primo ministro Zhao Pu, da una raffigurazione del pittore Qian Xuan (1235 - 1305)

I diversi college inglesi sul finire del XIX secolo giocavano secondo regole diverse: in alcuni il pallone poteva essere toccato con le mani, in altri solo coi piedi, in alcuni era incoraggiato il contatto fisico pesante, in altri no, ecc. Fu così che nel 1848 venne fatto a Cambridge un primo tentativo di uniformazione delle regole: due laureandi del Trinity College, Henry de Winton e John Charles Thring, in una riunione di otto ore con rappresentanti di Eton , Harrow , Rugby , Winchester e Shrewsbury stilarono le cosiddette “regole di Cambridge”. Del documento originale purtroppo non è rimasta traccia, ma la biblioteca della Shrewsbury School conserva una versione rivisistata del 1856. Intanto la popolarità del calcio, pur nella confusione degli inizi, aveva travalicato i confini dei campus universitari: nel 1855 alcuni membri dello Sheffield Cricket Club avevano organizzato un torneo calcistico interno, due anni dopo fondarono il primo club calcistico della storia, lo Sheffield Football Club, e si diedero un corpus di regole tutto loro, le “regole di Sheffield”. 
   

                   
Squadra dello Sheffield del 1890
       
A seguire la fondazione di altri club e di altri regolamenti, così che venne spontaneo, ad un certo punto, trovare un accordo su come si dovesse giocare questo nuovo sport. Il 26 ottobre 1863 i rappresentanti di undici club si ritrovano, nell’ultimo di una serie di sei incontri, nella Freemason’s tavern, una sala per riunioni realizzata nel 1769 dalla Prima Gran Loggia d’Inghilterra, a fondare, sotto la direzione di Ebenezer Cobb Morley, la Football Association (FA). Con l’atto di fondazione dell’FA si stabilì anche una volta per tutte che nel Football il pallone non poteva essere giocato con le mani e che interazioni fisiche come i calci negli stinchi (hacking), le cariche e gli sgambetti dovevano essere bandite. Non tutti si trovarono d’accordo: Francis Maule Campbell, rappresentante del Blackheat FC, esclamò “Chi è contro i calci negli stinchi è troppo vecchio per lo spirito del nostro gioco”, e si rifiutò di adottare il nuovo regolamento. Qualche anno più tardi sarà uno dei fondatori nel 1871 della Rugby Football Union e porterà la sua concezione del gioco (contatti “maschi”, pallone giocato con le mani, ecc) nel nuovo sport denominato Rugby, mentre la sua squadra divenne il primo club rugbistico non esclusivamente studentesco della storia. Curiosamente però proprio sui calci agli stinchi Campbell aveva intanto fatto un clamoroso dietrofront: dopo un match Blackheat FC – Richmond FC, entrambi i club convenirono sull’opportunità di eliminare il cosiddetto hacking.
                                   
                                                        
Targa commemorativa posta lì dove nacque il calcio, nel luogo di fondazione della Football Association


Per quanto riguarda il calcio, era ufficialmente nato, ma le regole dell’epoca non coincidevano ancora del tutto con quelle odierne. Il regolamento fu ritoccato a più riprese nel corso degli anni, e tra le modifiche più rilevanti dei primi anni vanno segnalate quelle che più di tutte avranno un peso nello sviluppo della tattica.
Si tratta fondamentalmente delle modifiche alla regola del fuorigioco, perché il fuorigioco è in assoluto la regola che più di tutte ha instradato la tattica di questo gioco. Il gioco delle origini, ancora vicino nelle spirito al rugby, consentiva il passaggio solo all’indietro, perché si ricercava il dribbling dell’avversario, e infatti nelle regole del 1863 è scritto: “Quando un giocatore ha calciato il pallone, ogni giocatore della sua squadra che si trovi più vicino di lui alla porta avversaria è fuori gioco e non può nè toccare la palla nè impedire agli avversari di toccarla fino a quando uno di essi non lo abbia fatto: nessun giocatore è in fuori gioco se la palla viene calciata da un punto posto dietro la linea di porta”. Nel 1866 però la regola venne ammorbidita, consentendo al calcio di evolvere verso un tipo di gioco maggiormente basato sui passaggi. Infatti in quest’anno si stabilisce che è in fuorigioco chi riceve un passaggio avendo tra sé e la porta avversaria meno di tre giocatori dell’altra squadra. Questa regola fu sfruttata però con troppa facilità dai difensori per attuare la trappola del fuorigioco: bastava che un difensore si sganciasse al momento opportuno in avanti per mettere in fuorigioco il destinatario di un passaggio avversario. Finì che il numero di reti negli incontri diminuì drasticamente con gran danno per lo spettacolo. Si decise quindi di intervenire con dei miglioramenti alla regola: nel 1924 si introdusse il fuorigioco passivo, secondo il quale non è in fuorigioco un giocatore che non interferisce con un avversario o col gioco, e nel 1925 si decide di passare dal vigente fuorigioco a tre al nuovo fuorigioco a due, in base al quale basta un solo avversario tra un giocatore e la porta avversaria per considerare il giocatore in fuorigioco. La nuova regola fece tornare i gol, e questo stimolò gli allenatori a cercare nuovi espedienti tattici per subire meno reti.


Dal “kick and run” delle origini alla Piramide di Cambridge

Nel calcio delle origini, quello dei college, dove le regole erano poche e mal definite, una vera e propria tattica era inconcepibile. Chi entrava in possesso del pallone si avviava solitario verso l’estremità del campo avversaria per segnare un punto, e ai passaggi si preferivano gli scontri fisici. Solo con l’introduzione, nel 1863, delle regole più restrittive e sofisticate stilate dalla FA il gioco iniziò a farsi più ragionato.
Solo un po’, i giocatori più arretrati si limitavano a spazzare via la palla senza nemmeno l’intenzione di servire i compagni, e tutti correvano in avanti per accaparrarsi il pallone o per fare punto: è il cosiddetto “kick and run”. Tuttavia le formazioni in campo avevano già una loro fisionomia, tendendo a disporsi secondo un modulo che, adottando le convenzioni moderne, potremmo definire 1-1-8. 
L' 1-8-8 delle origini


Con 8 giocatori dediti solo all’attacco si potrebbe pensare che i gol fioccassero, ma in realtà la situazione era bilanciata dalle restrittive regole sul fuorigioco allora vigenti, perciò non c’è da stupirsi se il match Scozia - Inghilterra del 30 Novembre 1872, il primo confronto della storia tra diverse nazionali, finì a reti inviolate.



                                       
Un disegno che raffigura la famosa partita tra Inghilterra e Scozia del 1872

Sorprendentemente in quell’incontro il germe del calcio futuro non si trovava nella metà campo degli inglesi, inventori del gioco, ma in quella dei loro avversari scozzesi: la Scozia si disponeva in campo con un 2-2-6 e il suo gioco ricorreva con inedita frequenza al passaggio (a tal proposito si parla appunto di “passing game”), e questo perché essendo dotata di minor prestanza fisica puntava a ridurre gli scontri fisici con gli avversari.
Gli scozzesi avevano iniziato a concepire il gioco in maniera diversa: la squadra era costituita da reparti che dovevano tenersi in collegamento tra loro e svolgere mansioni specifiche, questo è il requisito fondamentale per lo sviluppo di un pensiero tattico.
                         
 Il 2-2-6 introdotto dagli scozzesi
                             
L’invenzione scozzese fece scuola, anche tra gli inglesi che il calcio l’avevano inventato. Risultato delle nuove riflessioni fu l’adozione di uno schema a forma di piramide che, sebbene non sia davvero chiaro dove abbia visto la luce per la prima volta, divenne subito noto come “piramide di Cambridge”. Questo è il primo modulo vero e proprio della storia, un 2-3-5, con mansioni precise affidate ad ognuno (difatti si inizia a parlare di ruoli) e l’intenzione di mantenere un certo equilibrio tra i reparti. Gli inglesi però concentravano le loro attenzioni ancora troppo sui propri obiettivi e troppo poco sui propri avversari, per cui questa nuova concezione di gioco ancora non prevedeva che a un giocatore fosse affidata la marcatura di uno specifico avversario o qualcosa di simile. Per forza di cose dunque nel calcio dell’epoca si ravvisa una sorta di gioco a zona, ma dettato più dalle necessità e dai limiti fisici che da una vera scelta consapevole.


                                         
La Piramide di Cambridge


Con la piramide il Blackburn Rovers vince, dal 1884 al 1890, cinque edizioni della coppa d’Inghilterra, ma il modulo viene esportato e inizia a mietere successi anche al di là dei confini britannici: con la piramide l’Uruguay vinse alle olimpiadi del 1924 e del 1928, e si aggiudicò la prima edizione dei campionati del mondo di calcio nel 1930, in Italia fece invece le fortune del Genoa, vincitore di sei dei primi sette campionati nazionali.
                              
Due squadra che portarono a successo la Piramide: il Blackburn Rovers del 1883 e l'Uruguay campione del mondo nel 1930


Il calcio figlio del nuovo fuorigioco: metodo vs sistema

Col diffondersi di questo nuovo calcio tattico le vecchie regole finirono col diventare troppo opprimenti, non più adeguate. Per la precisione il fuorigioco a tre inibiva le possibilità di attacco e le partite finivano sempre più spesso 0 – 0. Il fatto è che era troppo facile per i difensori attuare la trappola del fuorigioco: ci si rese conto (si dice che i pionieri in quest’ambito siano stati Morley e Montgomery, due terzini del Notts County) che bastava che dei due difensori in formazione uno solo si staccasse in avanti per mandare il centravanti avversario in posizione irregolare. La tattica aveva imbrigliato se stessa.
Nel 1925 dunque si modificò la regola: da questo momento in poi un giocatore sarebbe stato in fuorigioco solo se tra sé e la porta avesse trovato un solo avversario o nessuno, e comunque non ci sarebbe stato fuorigioco in nessun caso se il giocatore riceveva il passaggio ancora nella propria metà campo.
Con questo accorgimento le squadre tornano a segnare, e gli allenatori iniziano a studiare mezzi per migliorare l’efficienza delle proprie difese. L’allenatore dell’Arsenal, Herbert Chapman, pare su suggerimento dell’attaccante Charlie Buchan, modifica la piramide retrocedendo il centromediano in difesa, coi terzini che si allargavano, per resistere meglio all’urto degli attacchi avversari. In questa inedita difesa a tre l’ex centromediano acquisiva ora la specifica missione di marcare a uomo il centravanti avversario, nasceva così il ruolo di stopper (la trovata non fu capita immediatamente, se è vero che la stampa sportiva inglese apostrofò l’inedita difesa a tre come “la morte del calcio”). Ad aiutare la difesa anche il portiere, sempre più spesso chiamato all’uscita. Ma anche nei reparti avanzati accadeva una rivoluzione: in attacco ali e centravanti mantenevano la loro posizione, ma le due mezzali retrocedevano a formare il quadrilatero di centrocampo con i due mediani residui. Questo modulo 3-2-2-3, chiamato Sistema o MW, dalla forma disegnata rispettivamente dallo schieramento del reparto avanzato e dallo schieramento del reparto difensivo, risultava particolarmente congeniale alle squadre più aggressive e veloci, che puntavano più sulla fisicità che sulla tecnica prediligendo il tackle ai passaggi. In questo contesto troneggia una serratissima marcatura a uomo.
                                       
Il Sistema, o WM, di Herbert Chapman

Col Sistema Chapman condusse l’Arsenal alla vittoria di una coppa d’Inghilterra e di tre campionati nazionali, nell’arco di soli cinque anni. Inevitabilmente questa idea si espanse in ogni luogo ove essa fosse congeniale, in particolare adottarono il Sistema tutti i club inglesi, e anche la Germania accolse molto favorevolmente la novità, presentandosi al mondiale del 1934 col caratteristico MW (l’unica nazionale ad adottarlo tra tutte quelle che parteciparono alla manifestazione).
                
Chapman (il terzo da sinistra in basso) col suo Arsenal vincitore del primo scudetto




Ma le squadre meno forti fisicamente, che puntavano più sulla precisione di passaggio, non venivano certo esaltate da un modello tattico che veniva loro difficile. Furono Vittorio Pozzo in Italia e Hugo Meisl in Austria (amici che affinarono le rispettive invenzioni influenzandosi reciprocamente) a trovare la giusta formula. Vittorio Pozzo, ct della nazionale italiana campione del mondo nel 1934 e nel 1938 e oro olimpico nel 1936, constatata l’inferiorità fisica dei suoi giocatori, modificò la Piramide in un altro senso, inventando un tipo di gioco per certi versi opposto al Sistema. Viene chiamato semplicemente Metodo, o WW (sempre seguendo la convenzione che ha fatto indicare invece il Sistema con le lettere MW). Una novità sta nel fatto che le due mezzali della Piramide vengono arretrate a centrocampo, protette poco più dietro dal centromediano che, nella sua nuova veste in cui va a coprire le iniziative offensive degli altri due membri del nuovo centrocampo, viene detto per l’appunto metodista. Ma l’innovazione più importante e caratteristica sta nel fatto che, mentre il centromediano inizia a svolgere compiti di regia, i vecchi esterni di centrocampo vengono spostati praticamente in difesa a marcare le ali avversarie. Il Metodo di Pozzo, descrivibile come un 2-3-2-3, ha l’indubbio vantaggio di consentire rapide ed efficaci ripartenze anche a squadre non brillanti sotto il punto di vista atletico, inoltre organizza meglio la fase difensiva e, più in generale, permette più agevolmente di dettare il proprio gioco agli avversari.

           
Vittorio Pozzo alza al cielo la Coppa Rimet in occasione del trionfo dell'Italia ai mondiali del 1938


La versione del metodo di Hugo Meisl, influenzata in parte da James Hogan, un allenatore inglese atipico che prediligeva un gioco più tecnico rispetto ai suoi connazionali, non era troppo distante da quella di Pozzo: sulla carta la disposizione dei giocatori era la stessa, e in entrambi i casi compariva la marcatura ad uomo e i passaggi erano fondamentali, solo che il metodo all’italiana spiccava per una maggior concretezza e per una superiore vocazione per il contropiede. Entrambe le scuole comunque, quella italiana e quella “danubiana”, ottennero in quegli anni i loro strepitosi successi: oltre ai già citati successi della nazionale di Pozzo, nel calcio italiano il metodo aveva manifestato il suo fulgore nel famoso Quinquennio d’oro in cui la Juventus vinse, dal ’30 al ’35, 5 scudetti consecutivi; in casa austriaca fu esemplare soprattutto la nazionale, nota per la sua grandezza come Wunderteam, la quale si presentò ai mondiali del ’34 da protagonista, venendo però fermata in semifinale proprio dall’altra grande metodista, l’Italia di Pozzo futura vincitrice del torneo.
                                   
Il metodo, o WW
           



                 
Il Wunderteam austriaco nel 1934





Il Metodo e il Sistema saranno per anni contrapposti come fossero due diverse weltanschauung, e la divisione che portarono in Europa in un certo senso sopravvisse loro visto che, ad esempio, in Italia la filosofia alla base del Metodo si trasferirà ai successivi sviluppi del gioco caratterizzando profondamente la scuola italiana. Il Sistema in realtà penetrò nel nostro paese già col Genoa degli anni ’30, ed ebbe il suo trionfò con i 5 scudetti da record del Grande Torino, il primo dei quali, quello del ’43, è in assoluto il primo scudetto vinto in Italia con il Sistema. Tragicamente però l’intera squadra perì nell’incidente aereo di Superga, e secondo alcuni fu in quel momento che l’Italia perse l’occasione per adattarsi al Sistema, che andava per la maggiore all’estero, e sviluppare un calcio meno difensivista.

                               
Il Grande Torino

Le alternative: dai primi ibridi al catenaccio

Un’importante alternativa al Metodo e al Sistema è il Sistema danubiano, o MM (oramai sarà chiaro il senso di queste diciture), inventato dall’allenatore della fortissima Ungheria degli anni ’50, Gusztáv Sebes. Si tratta di un Sistema inglese in cui l’attacco invece di disegnare una W disegna una M. In pratica le mezzali della Piramide invece di essere indietreggiate finiscono più avanti rispetto alle ali e al centravanti, rendendo di fatto l’MM il primo modulo della storia a due sole punte. Si rivelò una vera trappola per le squadre che adottavano il vecchio Sistema all’inglese, infatti nel Sistema la difesa marca a uomo, ma dunque gli attaccanti arretrati del modulo MM tendono ad attrarre i difensori del Sistema verso il centrocampo rendendo più vulnerabile la porta avversaria.
              
Il Sistema danubiano, o MM

Ma è soprattutto l’Italia, già a partire dagli anni ’40, che divenne terra di interessanti esperimenti di ibridazione tra Metodo e Sistema. Già l’ungherese Arpad Weisz aveva percorso questa via, con un gioco di stampo metodista includente però elementi del Sistema, allenando il Bologna dei grandi successi internazionali (il famoso “squadrone che tremare il mondo fa”). Negli anni ’40 altri ibridi ben riusciti furono il Modena della stagione ’46-’47, secondo in classifica dietro il Grande Torino, e la Squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia, che nel 1944 vinse, nel difficile contesto bellico, il Campionato dell’Alta Italia, sotto la guida dell’allenatore Ottavio Barbieri, che aveva imparato a conoscere bene il Sistema nella sua esperienza di giocatore nel Genoa.
                               
La squadra dei Vigili del fuoco di La Spezia, vincitrice del campionato dell'Alta Italia del 1944


La novità più grossa per il calcio italiano però venne dal confine: tre tecnici, due triestini e un trevigiano, importano dall’estero, e sviluppano in modo personale, una strategia di gioco che superava tutte le precedenti per attitudine difensivista. Tutto cominciò negli anni ’30, quando il tecnico del Servette (Svizzera), l’austriaco Karl Rappan, per compensare i limiti tecnici della sua modesta compagine, inventa il cosiddetto Verrou: in pratica Rappan, rispetto al Sistema, rinuncia ad un mediano per avere invece un quarto difensore che, svincolato da qualsiasi marcatura fissa, potesse recuperare i palloni persi dai compagni o raddoppiare la marcatura sugli avversari. Secondo alcuni questo è già il ruolo di libero, secondo altri ne è l’anticipazione. Ad ogni modo questo modulo metteva la squadra in perenne superiorità numerica nella propria area, rendendo difficile agli avversari andare in rete.
Questo stile di gioco sedusse i triestini Marco Villini e Nereo Rocco e il trevigiano Gipo Viani, ognuno dei quali farà conoscere in Italia una propria interpretazione di quello che di lì a poco sarebbe stato conosciuto come “catenaccio”. Soprattutto degli ultimi due varrà la pena dire qualcosa di più.
               
Gipo Viani e Nereo Rocco



Gipo Viani guidò la Salernitana alla promozione in Serie A nella stagione di Serie B 1946-47, e riuscì nell’impresa di avere la meglio su squadre molto più forti con un piccolo trucchetto, suggeritogli da Antonio Valese e passato alla storia come “vianema”: il tecnico schierava come centravanti un giocatore che aveva in realtà caratteristiche difensive e nel corso della partita questo abbandonava l’attacco per andare a marcare il centravanti avversario. In questo modo esonerava da tale compito il cosiddetto “libero” (l’invenzione del nome si attribuisce al giornalista Gianni Brera), che poteva mettersi alle spalle di tutti per recuperare eventuali palloni persi o per contrastare un avversario che in qualche modo era riuscito a passare la linea difensiva più avanzata. Secondo Brera questa tattica sparagnina era una necessità per gli italiani che, contrariamente agli atleti del nord Europa che potevano permettersi azioni energeticamente dispendiose, non si erano ancora ripresi dalle miserie della guerra, e in fondo esprimeva anche la loro proverbiale arte di arrangiarsi. 

Spesso comunque è Nereo Rocco ad essere considerato il maestro per antonomasia di questo nuovo stile di gioco. Rocco lo inaugurò già agli esordi come allenatore sulla panchina della Triestina, ma lo portò ai massimi vertici vincendo di tutto con il Milan. Al contrario di Viani, Rocco mantiene tre uomini in attacco, ma non è costretto, come avveniva nel verrou, a scollegare centrocampo e attacco, infatti un centrocampista è posto sulla trequarti, quindi abbastanza avanzato, e il contributo alla difesa del centrocampo è dato da uno dei due esterni a cui è attribuito sia il compito di far partire il contropiede che quello di tornare indietro in copertura (è la cosiddetta ala tornante).
                                         
Nereo Rocco mostra le sue credenziali


Questo verrou all’italiana, che prese presto il nome di catenaccio, grazie a pionieri come Viani e Rocco divenne sempre più raffinato e, a partire dal primo scudetto “catenacciaro” della storia, quello del 1953 dell’Inter di Alfredo Foni, si affermò in breve come il gioco tipico degli italiani. Si liberò in un certo senso anche della sua fama di “tattica per poveri”, nel senso che in Italia venne usato trasversalmente, e quindi anche da formazioni con veri e propri fuoriclasse che avrebbero potuto forse realizzare un calcio efficace anche con attitudini più offensive. Nonostante l’accoglienza del pubblico inizialmente non sia stata delle migliori (Nereo Rocco fu bersagliato di sputi per il suo modo di giocare che secondo i detrattori ammazzava lo spettacolo e tradiva il vero spirito del calcio), l’Italia adottò e conservò praticamente all’unanimità il catenaccio per svariati decenni, consentendo alle nostre squadre di raggiungere i più alti traguardi sportivi. Ad esempio negli anni 60-70 col catenaccio il Milan di Rocco vinse due campionati, tre coppe Italia, due coppe dei campioni, due coppe delle coppe e una coppa intercontinentale, l’Inter di Helenio Herrera invece conquistò tre campionati, due coppe dei campioni, e due coppe intercontinentali.


                   
Un confronto tra il Verrou di Rappan e le principali forme di Catenaccio che ispirò


In qualche modo Rocco ed Herrera sintetizzano efficacemente le due diverse interpretazioni del catenaccio: Rocco incarna un catenaccio dallo spirito più affine al Metodo, Herrera una versione che quasi ricorda, sotto certi aspetti, caratteristiche del Sistema: il gioco di Herrera era in effetti più raffinato, e anche quando riduceva la densità di uomini in avanti (che comunque erano fuoriclasse temibili anche in solitaria), il potenziale offensivo veniva mantenuto alto istruendo altri giocatori ad inserirsi negli spazi partendo da dietro per raccogliere lanci lunghi dei compagni.


                        
Helenio Herrera e Nereo Rocco

Comunque il catenaccio può essere considerato a tutti gli effetti “la scuola italiana di calcio” perché, al di là dei moduli specifici e dei singoli espedienti tattici, che furono numerosi e diversissimi, è definito da alcune caratteristiche specifiche e onnipresenti quali la marcatura a uomo e il contropiede. Tutti i più grandi successi del calcio italiano sono stati ottenuti così, che poi agli stranieri spesso la cosa non sia andata giù è anche comprensibile. Così scriveva Jorge Valdano, compagno di squadra di Diego Armando Maradona nell’Argentina campione del mondo del 1986, nel suo libro “Il sogno di Futbolandia”:
“Presto o tardi, l'allenatore italiano avrà pietà del cavaliere solitario che schiera in avanti e gli metterà vicino qualcuno a fargli compagnia: un cane, un gatto, un canarino...”

Il calcio sudamericano

Cosa accadeva intanto in Sudamerica? Agli albori del calcio sudamericano, delle tre principali nazionali, Brasile, Argentina e Uruguay, solo quest’ultima si era dotata di una rigida organizzazione tattica, mentre le altre due squadre si affidavano maggiormente ai guizzi individuali dei propri giocatori.
Abbiamo già visto che l’Uruguay aveva vinto la prima edizione della coppa del mondo (all’epoca Coppa Rimet) disponendosi a Piramide, ma nel ’50 replicò il successo con un gioco più simile al catenaccio italiano. Questa volta il Brasile, padrone di casa e avversario dell’Uruguay in quella finale, si presentava con un assetto tattico ragionato e interessante e partiva da grande favorito alla conquista del titolo.
L’idea portata sul campo dai brasiliani era la cosiddetta Diagonal, derivata dal Sistema dai cui limiti voleva evadere. Si tratta sostanzialmente della fusione di alcuni ruoli tipici del Sistema con altri tipici del Metodo, e prendeva il nome Diagonal dal fatto che la disposizione dei giocatori in campo tracciava due diagonali, una, con compiti prettamente contenitivi, costituita da terzino destro, mediano destro e centromediano, e l’altra disegnata invece dall’allineamento di mezzala destra, mezzala sinistra e ala sinistra.
              
 La Diagonal

I ruoli tipicamente sistemici si trovavano a destra, quelli tipicamente metodisti a sinistra, ma quando l’idea sbarcherà successivamente in Argentina, dove conquisterà i primi trofei col River Plate, alcune squadre invertiranno l’ordine. Anche se la Diagonal non bastò a scongiurare la vittoria dell’Uruguay, era nella metà campo brasiliana che si trovava il futuro del calcio sudamericano. La disfatta consumata nello stadio Maracanà di Rio De Janeiro fu un imponente trauma psicologico collettivo, scolpito nelle memorie e negli annali col nome di Maracanazo, ma la voglia di cancellare quel ricordo (fu in seguito a quello shock che il Brasile assunse l’attuale livrea verde-oro conosciuta da tutti, rinnegando la vecchia casacca bianca) potrebbe aver favorito le rivoluzioni tattiche degli anni successivi. Il Brasile che si presentò ai mondiali del 1958 in Svezia si disponeva secondo un 4-2-4 mai visto prima in Europa, se non per alcune sperimentazioni fatte da allenatori ungheresi. E in effetti sembra sia stato un Ungherese ad introdurlo in Brasile: il tecnico Bela Guttmann, ricordato tanto per i meriti sportivi quanto per alcune sue stravaganze (fu lui a lanciare la famigerata maledizione contro il Benfica, a cui in molti credono ancora oggi), dispose in campo la squadra del San Paolo secondo questo modulo, ottenendo una squadra ben protetta in difesa ma allo stesso tempo assai temibile in attacco. Secondo altri però il primo a far giocare una squadra così in Brasile sarebbe stato Flavio Costa che descrisse questo modo di giocare sul quotidiano “O cruzeiro”.
       
Il 4-2-4 brasiliano


Questo modulo rappresentò all’epoca uno spartiacque tra Sudamerica ed Europa, ma soprattutto si rivelerà come il modulo dal quale scaturiranno tutti i moduli moderni. Già la difesa a quattro, di per sé, era una bella novità, ma la cosa più innovativa era che aveva smesso di marcare a uomo e aveva iniziato a marcare a zona (al singolo giocatore non si affidava un particolare giocatore avversario ma una specifica zona di campo a cui badare). Non secondario anche il fatto che il perfetto allineamento dei difensori rendeva più semplice attuare la trappola del fuorigioco, infatti era sufficiente che i difensori scattassero in avanti di concerto. I centrocampisti erano solo due, ma era sufficiente: quando era il caso indietreggiavano in copertura creando quindi una difesa a 6, mentre durante le azioni offensive erano capaci di spingersi in avanti per consentire un attacco con ben 6 uomini.
Difficile dire quanto le tre vittorie mondiali brasiliane del ’58, del ’62 e del ’70 siano merito del 4-2-4, visto che in tutti e tre i casi la rosa verdeoro vantava fuoriclasse assoluti come Garrincha, Didi, Vavà e naturalmente Pelè, ma la cosa più importante per la storia della tattica è che il 4-2-4 si è rivelato foriero di sviluppi interessanti, infatti con modifiche minime ha dato vita ad ulteriori soluzioni, ampliando enormemente il numero di situazioni che una squadra poteva affrontare. Rinunciando ad un attaccante in favore di un centrocampista in più il 4-2-4 si trasformava in 4-3-3, un modulo che conserva un grandissimo potenziale offensivo ma che rispetto al 4-2-4 ha una maggior copertura difensiva (nel Brasile del ’58 era Zagallo l’ala con le caratteristiche adatte a ripiegare in posizione più arretrata quando c’era bisogno di un più prudente 4-3-3). L’unico problema è che richiede ai giocatori molto movimento, per evitare che si creino delle temporanee situazioni di inferiorità numerica, e quindi è un modulo di gioco interpretato alla perfezione solo da giocatori in gran forma atletica. Aggiungendo un altro centrocampista ancora, sempre a scapito di un attaccante, si ottiene poi il 4-4-2, dove il numero ridotto degli attaccanti non è un problema visto che nei varchi da loro creati si inseriscono i compagni del centrocampo. In tutti questi casi la marcatura è oramai decisamente a zona.
     
 Pelè e Zagallo

La rivoluzione del calcio totale

Negli anni ’70 entrò nel mondo del pallone una nazione che fino a quel momento non aveva avuto alcun peso. I club olandesi non erano mai stati nemmeno vicini a vincere qualcosa di significativo a livello internazionale prima della serie di quattro trionfi consecutivi in Coppa dei campioni, dal ’70 al ’73, ad opera di Feyenoord ed Ajax. La stessa rappresentativa nazionale aveva avuto una carriera molto opaca, potendo vantare la partecipazione a soli due mondiali, quelli del ’34 e del ’38. Quando però nel ‘74 la nazionale olandese si qualifica nuovamente ad un campionato del mondo, a 36 anni dall’ultima partecipazione, sorprendentemente si afferma subito come protagonista assoluta del torneo, con uno stile di gioco innovativo e spettacolare, votato all’attacco ma con una grandissima solidità difensiva (alla fine risulterà essere la squadra col minor numero di reti incassate, 3, nonostante sia arrivata fino in fondo alla competizione). Sia i trionfi raggiunti da Feyenoord e Ajax che quello sfiorato dalla nazionale olandese recano il marchio del calcio totale. Il calcio totale è uno stile di gioco in cui ogni giocatore può abbandonare la propria posizione per interpretare un nuovo ruolo perché tanto un compagno subentra tempestivamente al suo posto appropriandosi delle sue precedenti mansioni. L’intercambiabilità e il dinamismo erano tali che anche il portiere era incoraggiato a partecipare alle azioni uscendo dall’area e usando i piedi.
                       
I tocchi di palla di Cruijff nella finale mondiale del '74. Si vede bene come l'asso olandese non fosse confinato in nessuna zona del campo ben definita

Anche se ogni tanto qualcuno è tentato di retrodatare la nascita del calcio totale o di collocarlo altrove, esso è fondamentalmente legato ai nomi dell’austriaco Ernst Happel, allenatore in Olanda del già citato Feyenoord, e dell’olandese Rinus Michels, quest’ultimo riconducibile, essendo stato allenato da lui quando era ancora un calciatore, al tecnico Jack Reynolds, un inglese che però aveva allenato in Olanda facendo vincere diversi scudetti all’Ajax, e che in tale contesto aveva elaborato un gioco palla a terra molto offensivo che sarà il necessario presupposto per il totaalvoetbal. Tra i maggiori successi di Michels e del suo gioco i più importanti sono la Coppa dei Campioni vinta con l’Ajax nel 1971 e il Campionato Europeo vinto con l’Olanda nel 1988.
              
Rinus Michels

Il calcio totale, generalmente giocato su un 4-3-3, è caratterizzato, oltre che dallo scambio di ruoli e funzioni tra giocatori, da un uso sistematico della tattica del fuorigioco, dal pressing e dalla marcatura a zona, ma un gioco di così elevato dinamismo richiedeva una forma atletica eccezionale, e i giocatori che potevano interpretarlo adeguatamente dovevano ovviamente essere tutti preparati a ricoprire più di un ruolo. Questo rendeva il calcio totale, nella sua versione pura olandese, difficile da imitare e dispendioso, ed è per questo che gli imitatori ricorreranno più che altro a forme attenuate o ibridate con altro.
             
L'Olanda del 1974, schierata secondo un 4-3-3

L’influenza di questa rivoluzione si farà sentire comunque anche su quelli che continueranno ad affidarsi ad una vecchia concezione di calcio. Ad esempio il catenaccio all’italiana non sparisce, ma nel momento in cui le squadre italiane devono incontrare le olandesi non può che evolversi per adeguarsi alla nuova situazione, visto che, per esempio, la vecchia marcatura a uomo saltava completamente difronte a calciatori avversari che si scambiavano continuamente i ruoli. Ancora una volta gli italiani mostrarono tutta la loro arte di arrangiarsi, approdando ad un efficace sistema ibrido che fondeva marcature a zona e a uomo. Si tratta della cosiddetta zona mista, introdotta da Gigi Radice e Giovanni Trapattoni. Il primo la usò per far vincere al Torino nel 1976 il suo primo scudetto posteriore a quelli del Grande Torino, il secondo per inanellare, tra gli anni ’70 e ’80, una serie di successi da record: sei scudetti, due coppe Italia, una coppa intercontinentale, una coppa dei campioni, una coppa delle coppe, una coppa UEFA e una supercoppa UEFA.
Era anche la strategia di gioco dell’Italia di Enzo Bearzot campione del mondo nel 1982, nonché, per citare applicazioni non italiane, della già citata Argentina di Carlos Bilardo campione del mondo nel 1986.
           
1982: Enzo Bearzot, con la pipa in bocca, di ritorno dalla Spagna assieme (da sinistra a destra) a Zoff, Causio, la Coppa del mondo e il presidente Pertini
      
1986: Maradona alza al cielo la Coppa del Mondo. Quanto conta il modulo quando in squadra hai uno come lui?

Nel 1983 comunque la Roma allenata da Nils Liedholm vinse il primo scudetto basato su un gioco a zona puro. Più in generale si assiste ad una gran diffusione della difesa a zona, che perde alcune caratteristiche di quella originaria di marca olandese per via di nuove regole che rendevano troppo rischioso il ricorso sistematico alla trappola del fuorigioco e impedivano il retropassaggio al portiere.
                                 
La simpatica tenuta da allenamento di Nils Liedholm

Tra i tecnici italiani che più si sono ispirati alla lezione olandese va segnalato, anche per i successi ottenuti, Arrigo Sacchi, che non a caso nel suo vittorioso Milan aveva voluto il trio olandese Gullit, Van Basten, Rijkaard. Il suo stile di gioco è una delle evoluzioni più originali del calcio totale: intanto si fondava sul 4-4-2 anziché sul 4-3-3, poi il centrocampo, che si presentava in linea in fase difensiva, si disponeva a rombo non appena iniziava una fase offensiva. Difesa alta, che fa costante ricorso alla trappola del fuorigioco e sa innescare azioni offensive. Pressing alto e costante.
Ancora Jorge Valdano disse: “Con Sacchi, le squadre acquisirono per la prima volta una bellezza estetica anche nella fase di non possesso”.

     
Da sinistra: Gullit, Van Basten, Sacchi e Rijkaard

Dalla crisi del “Sacchismo” al Tiki-Taka

Con queste idee Sacchi fa vincere al Milan uno scudetto, soffiato all’ultimo momento al Napoli di Maradona, una supercoppa italiana, due coppe dei campioni, due supercoppe UEFA e due coppe intercontinentali. Poi però succede che la sua particolare interpretazione del 4-4-2 spopola troppo, e le partite tra compagini che condividono questa filosofia diventano sempre di più delle impasse povere di spettacolo in cui il fallo tattico prevale sulla tecnica.
Ne consegue che gli allenatori cominciano a guardarsi attorno alla ricerca di nuove soluzioni. Esemplare il caso dell’Udinese di Alberto Zaccheroni, che riproponeva il 3-4-3 a rombo rubato al Barcellona allenato da Johan Cruijff, che da calciatore era stato la grande stella dell’Olanda e dell’Ajax di Michels.
Un altro celebre modulo di questa nuova era del calcio italiano fu il 4-3-2-1 di Carlo Ancelotti, chiamato anche “L’albero di Natale” per la sua forma.
L’ultima grande invenzione di assoluta rilevanza si è avuta infine in Spagna, dove il tecnico Josep Guardiola, ex regista del Barcellona di Cruijff, inaugura uno stile di gioco che diventerà famoso come tiki-taka, termine onomatopeico che richiama il passaggio insistente della squadra che lo adotta. Il Barcellona è anche il laboratorio in cui Guardiola ha affinato questo suo esperimento, che se da una parte è l’ennesimo sviluppo del vecchio calcio totale degli olandesi, dall’altra tiene conto di tutto ciò che c’è stato di mezzo e finisce con l’acquisire alcune caratteristiche addirittura opposte a quelle del calcio totale.
Il Barcellona di Guardiola punta a mantenere il più possibile il possesso palla, in modo da impedire all’avversario di segnare e da stancarlo per il continuo inseguimento della palla a cui è obbligato. Statisticamente, l’avversario, complice anche la fatica, ad un certo punto dovrà commettere degli errori, lasciando dei corridoi aperti alle incursioni, ed è in quel momento che il Barcellona può attaccare, nella persona di uno qualsiasi dei suoi giocatori, e arrivare in qualche modo in rete. Del calcio totale conserva soprattutto questo, che tutti i giocatori partecipano con simili quote alle azioni offensive. In effetti non esiste nemmeno un vero e proprio reparto d’attacco: nel Barcellona Lionel Messi è quello che si dice un “falso nueve”, un giocatore che è attaccante solo nominalmente e che in realtà si sposta liberamente in varie zone di campo per togliere punti di riferimento all’avversario. I gol arrivano principalmente grazie a tempestivi inserimenti suoi o di altri compagni del centrocampo non appena l’avversario lascia aperti degli spazi. Non a caso Guardiola disse “l’unico nostro attaccante è lo spazio” (del resto il modulo del Barcellona di Guardiola è stato descritto anche come 4-6-0).

     
Il 4-6-0 del Barcellona di Guardiola

Ciò che invece rende il tiki-taka quasi l’antitesi del calcio totale è la rinuncia alla perenne mobilità olandese, troppo dispendiosa dal punto di vista energetico, in favore di una fitta ragnatela di passaggi rasoterra, per lo più orizzontali, che di fatto fanno stancare unicamente l’avversario in pressing, mentre la squadra che gestisce il pallone risparmia fiato e aspetta tranquillamente l’occasione per sfruttare gli inevitabili errori degli avversari.
Secondo alcuni anche il tiki-taka, come tante innovazioni del passato, è stato reso possibile, o almeno facilitato, da cambiamenti delle regole: in effetti è possibile che nel calcio di una volta, con regole che tutelavano di meno dai falli i giocatori più tecnici, il tiki-taka sarebbe stato più rischioso da attuare.

Alla fine di questo excursus è doveroso evidenziare che, per esigenze pratiche, sono stati trascurati moduli, tattiche, scuole e personaggi che avrebbero meritato qualche attenzione; dal pass and move inglese alle tendenze contemporanee successive al tiki-taka, passando per la mitica bi-zona di Oronzo Canà (Lino Banfi) nel film “L’allenatore nel pallone”, con il suo prodigioso 5-5-5 così spiegato dal suo ideatore:

“Mentre i cinque, per esempio, della difesa vanno in avanti, i cinque attaccanti retrocedono e così viceversa. Allora la gente pensa: «Ma che c’hanno cinque giocatori in più?» Invece no, perché mentre i cinque vanno avanti, gli altri cinque vanno indietro, e durante questa confusione generale le squadre avversarie si diranno: «Ah-ah! Che sta succedendo?». E non ci capiscono niente!”

   
 Oronzo Canà portato in trionfo: durante questi festeggiamenti l'allenatore della Longobarda riporterà un piccolo infortunio


Pagine internet consultate (le immagini dei moduli vengono da queste fonti) :

http://www.ibirbanti.it/dalla-piramide-al-tiki-taka-storia-dei-principali-schemi/
https://tatticasite.wordpress.com/2016/09/19/la-tattica-nel-calcio-le-origini-e-la-piramide-di-cambridge/ (e post successivi)
http://www.allfootball.it/news/3-8-2016/levoluzione-tattica-del-calcio (e post successivi)
http://www.mondosportivo.it/2013/03/27/piccola-storia-della-strategia-dal-kick-and-run-alla-piramide-di-cambridge/ (e post successivi)
https://it.wikiversity.org/wiki/Scuole_calcistiche
http://unaquestionedicentimetri.it/gli%20albori%20della%20tattica!.html (e post successivi)
http://storiedicalcio.altervista.org/blog/storie-di-schemi.html
https://it.eurosport.com/calcio/la-storia-della-tattica-dalla-piramide-al-wm_sto4735858/story.shtml (e post successivi)
https://www.mentalfootball.com/2018/01/15/origini-del-calcio-tra-storia-e-realta/
https://www.my-personaltrainer.it/sport/storia-calcio.html
http://www.edusportvv.it/images/doc/evoluzionecalcio.pdf
http://www.piramidedicambridge.com/category/tattiche/
http://lookwhatitmeanstohim.com/lwimth-images/2017/11/13/catenaccio
https://moacirbarbosa.wordpress.com/2014/07/18/4-4-2-1-preistoria-del-calcio-il-gioco-del-pallone/ (e post successivi)
https://www.ultimouomo.com/totaal-voetbal/
http://www.futbolforgringos.com/history-of-soccer-tactics-2-2-6-and-the-introduction-of-passing/

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