Bonobo power: come l'ideologia arruola anche gli animali

Il famoso bacio tra bonobo

“Vive in comunità estremamente pacifiche in cui maschi e femmine hanno pari diritti e dignità. Non sa cosa sia la competizione e condivide le risorse con tutti, in maniera equa. Non conosce la guerra, l'assassinio e la violenza. Insomma, stando a come si comporta il bonobo, la scimmia è l'evoluzione dell'uomo

Queste parole sono tratte da “Bonobo power”, brano di Caparezza del 2008 che ci farà da guida lungo tutto l’articolo.
Il bonobo (Pan paniscus), noto anche come scimpanzé nano o scimpanzé pigmeo, è una scimmia affine allo scimpanzè comune (Pan troglodytes) che vive nella foresta pluviale a sud del fiume Congo.
A dispetto dell’impenetrabilità quasi totale del suo habitat, del ridotto numero di ricerche sul suo conto e del fatto che la sua scoperta sia avvenuta relativamente di recente, il bonobo ha conquistato un grande spazio nella cultura popolare e nell’immaginario collettivo. Questo per via delle presunte peculiarità etologiche che lo stesso Caparezza ci rammenta nel summenzionato brano:

“Per il bonobo il sesso è alla base dei rapporti sociali, si accoppia sia con etero che con omosessuali. Davanti al cibo i bonobo prima fanno un'orgia e dopo mangiano, senza mai litigare. Il bonobo non è aggressivo, è sessualmente appagato; non discrimina il diverso, non va al family day”


Caparezza in concerto

Sorvoliamo sull’opportunità di applicare gli aggettivi “omosessuale” ed “eterosessuale” ad individui animali che, stando a come se ne parla comunemente, dovrebbero avere in realtà un orientamento più fluido di quello che può essere catturato da termini di questo tipo, del resto una scimmia non può nemmeno andare al family day ovviamente. Quello che ci interessa dell’etologia del bonobo qui esposta è l’ultrapromiscuità, il ricorso al sesso per fini meramente sociali, la totale assenza di comportamenti aggressivi. Sulla parità di genere bisognerà intenderci meglio, visto che alcune fonti parlano piuttosto di matriarcato. È comunque chiaro che ce n’è abbastanza per colpire la fantasia dei movimenti femministi, LGBT, pacifisti, ecc. Il bonobo diventa un modello di società ideale verso cui tendere e un simbolo di libertà sessuale, ma c’è dell’altro: il bonobo, consapevolmente o no, viene trattato non come un animale ma come una sorta di uomo incorrotto, il bonobo sembra essere quello che saremmo noi se potessimo esprimerci senza i condizionamenti che normalmente mortificano la nostra vera natura (condizionamenti individuati normalmente nelle religioni organizzate, nella società gerarchica, ecc). Non è un caso che si insista spesso sulla vicinanza genetica tra uomo e bonobo: questo paragone è importante per l’uomo che, per dirla con Nietzsche, “ha assassinato Dio”. Nell’impossibilità di fondare ancora il vivere comune su un chiaro e condiviso concetto di Dio, i tentativi di porre le basi della società sull’uomo si fanno sempre più frequenti ed urgenti. Il problema è che l’uomo è quello che edifica tanto le cattedrali gotiche quanto i campi di concentramento. Non ci vuole molto a comprendere che un siffatto essere, meraviglioso ma anche terribile, precario ed instabile per sua natura, non sia una pietra stabile su cui costruire qualcosa di solido e durevole:

“Maledetto l'uomo che confida nell'uomo”
(Geremia 17, 5)

Per risolvere questo grande problema si è affermato che la reale natura umana non sia questa, che l’uomo di cui facciamo quotidianamente esperienza sia una natura corrotta dai costumi, dalle leggi, dalle credenze e dalle tecnologie della nostra civiltà. Questa idea, che va dal mito del buon selvaggio di Jean-Jacques Rousseau ai vari teorici dell’anarchismo, è stata confutata in almeno due modi. Gli studi etnografici nella loro fase matura hanno messo in luce come violenza e prevaricazione esistano anche in gruppi umani lontani dal nostro concetto di civiltà, mentre  i tentativi di instaurare una nuova comunità umana basata sull’abbandono delle vecchie regole e convenzioni non ha dato luce a società particolarmente brillanti sotto il profilo della stabilità e della sofisticatezza. Come abbiamo già visto, anche il record archeologico è impietoso, l’uomo sembra essere quel che è praticamente da sempre.
Sarà forse per questo, dunque, che i fautori del ritorno ad uno stato edenico si sono rivolti al mondo animale. Se la natura umana è inevitabilmente quella che appare, quella che sempre può scegliere tra cattedrale gotica e campo di concentramento, è ovvio che non si troverà mai nessuna comunità umana che non manifesti entrambe le tendenze. Ma se il cercatore dell’Adamo incorrotto non è capace di accettare l’uomo per quello che è, naturalmente considererà “già corrotto” ogni umano che non si adatterà alla sua visione, del tutto ideale e irrealistica, della natura umana. Avendo in mente un’idea di uomo completamente falsa, non la troverà in nessuna comunità umana, da qui l’esigenza di spostare lo sguardo verso i parenti prossimi del regno animale. Il bonobo dunque ha conquistato l’uomo che odia l’uomo ma che non può fare a meno dell’uomo. Rappresenta la possibilità di riscatto del genere umano e la speranza di poter stabilire un giorno il paradiso sulla terra. Tutto sta a tornare a quella nostra natura primigenia che noi abbiamo perso ma che il nostro parente più prossimo ancora conserva.
Sarà ora chiaro perché Caparezza può affermare con convinzione e senza cogliere l’assurdo di quanto dice che la vita pacifica e dedita ai piaceri del bonobo dimostri che la nostra aggressività deriva dall’aver represso gli impulsi sessuali. Ovviamente la compresenza di ultrapromiscuità e stile di vita pacifico non dimostra un nesso causale tra l’una e l’altra cosa, ma la cosa fondamentale è che ciò che va bene per un’altra specie potrebbe non andare bene per noi. Del resto non prendiamo certo ispirazione da tutto quel campionario di infanticidio, stupro, ecc che ci offre tutto il restante regno animale! Il fatto è che il bonobo è considerato un parente prossimo, e questo secondo alcuni basterebbe a stabilire che l’uomo è in grado di comportarsi come lui, che i primi uomini probabilmente già lo facevano e vivevano bene. Questo ragionamento non tiene conto del fatto che la differenziazione di specie che ha dato vita all’uomo potrebbe aver implicato mutamenti che comprendono l’impossibilità di vivere ancora in quel modo, senza contare che continua ad assillarci una domanda scomoda ma ineludibile: se i primi umani vivevano in una società perfetta, perché l’hanno abbandonata?
Il rischio insito nel continuare a coccolare questo mito dell’uomo primigenio, felice e incorrotto, sta nel fatto che porta a disprezzare e odiare più facilmente l’uomo così com’è veramente, probabilmente l’unico uomo possibile, con tutte le sue miserie e debolezze. Non a caso il ritornello della canzone di Caparezza ripete insistentemente “Human sucks!”


Il guru animale

L’idea di prendere il bonobo come guida per il comportamento umano è chiara: dal momento che abbiamo un antenato comune molto vicino, e che tra di noi c’è una differenza genomica relativamente piccola, lo si guarda come un “umano ridotto all’osso”, come un uomo che si differenzia da noi solo per il fatto di aver conservato esclusivamente il patrimonio etologico essenziale che noi abbiamo invece mortificato aggiungendovi sopra altre caratteristiche non necessarie. Come abbiamo già detto, che il bonobo possa istruirci sui fondamenti della natura umana è tutto da dimostrare. Ma ciò non sembra importare a chi non ha a cuore l’uomo per quello che è ma solo una sua fantasia utopica di come dovrebbe essere.
Forse l’interesse suscitato dal bonobo è anche dovuto all’ossessione per il sesso che caratterizza l’uomo contemporaneo. A guardar bene la strumentalizzazione che vien fatta di questo animale è facile sospettare che spesso l’obiettivo non sia tanto la costruzione di un’umanità più pacifica quanto lo sdoganamento totale del sesso libero.
La “copula incessante” dei bonobo è ormai patrimonio culturale condiviso, oggetto anche di trovate umoristiche oltre che strumento di propaganda politica, e se ne sono occupati giornali, riviste, ecc.
Un paragone ricorrente nelle trattazioni sul bonobo è quello col cugino dell’altra sponda del fiume Congo, lo scimpanzé comune: mentre i bonobo, a sud del fiume, vivono in pace ed armonia, gli scimpanzé, a nord, mostrano competitività ed aggressività. Un documentario della Public Broadcasting Service iniziava addirittura con queste parole: “Dove gli scimpanzé combattono e uccidono, i bonobo sono costruttori di pace”.  Il confronto a volte si combatte, e da un certo punto di vista “viene vinto” dal bonobo, anche su altri fronti: si dice che tra i bonobo comandino le femmine, mentre tra gli scimpanzé il potere è appannaggio dei maschi, o, più raramente, che i bonobo siano tendenzialmente vegetariani, al contrario degli scimpanzé che mettono in campo grandissime capacità organizzative per cacciare piccole scimmie.
Il fatto è che lo scimpanzé è davvero molto simile al bonobo, al punto che per molto tempo non sono state considerate come due specie distinte, e il ruolo che oggi si sta attribuendo al bonobo, quello di modello utile a comprendere il passato dell’uomo, era stato ricoperto in precedenza dallo scimpanzé. In effetti è da molto tempo che siamo alla ricerca di una specie che possa mostrarci cose di noi che su noi stessi non potremmo osservare, come un’immagine riprodotta in uno specchio, e in precedenza ci siamo rivolti, prima ancora che allo scimpanzé e al bonobo, al babbuino e al gorilla.


babbuino


gorilla

Ovviamente la nostra alta concezione dell’essere umano non poteva che orientare la ricerca verso animali di eccezionale nobiltà. Ogni volta che però un modello non reggeva alle aspettative utopistiche, dopo una fase di delusione e sconforto si passava al successivo, fino ad arrivare appunto al bonobo, che ha avuto la meglio sullo scimpanzé. Nel mettere da parte lo scimpanzé potrebbe aver avuto un ruolo il piccolo shock causato dalla famosa guerra degli scimpanzé del Gombe. Si è trattato di un vero e proprio conflitto combattuto nel parco nazionale del Gombe Stream (Tanzania) da due diversi gruppi di scimpanzé, per una durata di tempo di quattro anni (dal 1974 al 1978). Le due fazioni costituivano un tempo un unico gruppo, che aveva iniziato però a spaccarsi in due a partire dal 1971. Fu una guerra senza esclusione di colpi, con tanto di uccisione di cuccioli ed episodi di cannibalismo. A testimoniare questi fatti la famosissima etologa Jane Goodall, che ha dedicato la sua intera vita allo studio di questi primati.



Jane Goodall con un piccolo di scimpanzé

Anche se sul momento la sua osservazione fu accolta con diffidenza da alcuni, convinti che i metodi di raccolta dati della Goodall fossero inadeguati, successive osservazioni hanno sostanzialmente confermato che episodi di questo tipo tra gli scimpanzé possono effettivamente accadere. La studiosa probabilmente è molto sensibile al tema della guerra, visto che lei stessa afferma di aver intrapreso un percorso di ricerca spirituale, che l’ha condotta poi a fondere le sue radici cristiane con elementi teosofici, in parte per darsi ragione di questo terribile fenomeno tipico del mondo umano. Ma lo shock che provò nell’assistere alla guerra degli scimpanzé fu molto probabilmente dovuto anche all’immagine ideale che si era fatta di questi animali, che fino a quel momento aveva creduto più pacifici degli uomini:

“Per alcuni anni feci fatica a capacitarmi di queste scoperte. Spesso, quando mi svegliavo la notte, immagini orribili si rivelavano: Satan raccoglieva con le mani giunte il sangue dal mento di Sniff, che colava da una grossa ferita sulla sua faccia, per berlo; il vecchio Rodolf, di solito così benevolo, si ergeva in piedi per lanciare una pietra di quattro libbre sul corpo a terra di Godi; Jomeo strappava un lembo di pelle dalla coscia di Dé; Figan caricava e colpiva, ancora e ancora, il corpo battuto e convulso di Goliath, uno degli eroi della sua infanzia”

Un duro colpo per chi voleva credere che l’uomo fosse intrinsecamente buono, perché il nostro parente più prossimo, senza aver potuto sviluppare tutte le sovrastrutture che presumibilmente avrebbero corrotto l’uomo, conserva le stesse nostre pulsioni aggressive. I tempi erano dunque pronti per un cambio di paradigma.
Certo, non è evidente che l’uomo dovrebbe vedersi rispecchiato meglio dal bonobo che dallo scimpanzé. Tanto per cominciare non è maggiormente imparentato con uno dei due rispetto all’altro: bonobo e scimpanzé si sono divisi circa un milione di anni fa, ma il loro progenitore comune si era distaccato dalla linea evolutiva che porta all’homo sapiens già tra i cinque e i sette milioni di anni fa. Nemmeno dall’analisi genomica emerge nulla di rilevante, l’uomo in alcune regioni è più vicino ai bonobo, in altre agli scimpanzé, senza significative predominanze. Per la precisione l'1,6% del genoma umano è più strettamente correlato al genoma del bonobo che a quello degli scimpanzé mentre l'1,7% del genoma umano è più strettamente correlato al genoma dello scimpanzè che a quello del bonobo.


Storia di una scoperta

Come siamo arrivati a farci una certa immagine del bonobo? È un animale noto da molto poco tempo, riconosciuto come specie a sé stante da ancora meno e che non è facile studiare nel suo habitat (a tutt’oggi le ricerche sul suo conto sono veramente poche). È significativo che la nomea del bonobo sia basata praticamente tutta sull’opera di Frans de Waal, l’autorità più citata in materia, uno studioso che nella sua carriera ha avuto a che fare unicamente con esemplari in cattività.
Ma andiamo con ordine.
Tutto iniziò quando lo zoologo Harold Coolidge pose gli occhi su un cranio identificato in precedenza come quello di uno scimpanzé di età giovane. Le dimensioni in effetti erano ridotte rispetto a quelle che avrebbe avuto il cranio di un esemplare adulto, tuttavia le ossa sommitali erano saldate tra loro invece di presentare la tipica “fontanella” che hanno i piccoli di scimpanzé così come i neonati umani. Coolidge concluse che il reperto doveva appartenere all’esemplare adulto di una specie sconosciuta. A battezzare questa nuova scimmia col nome di “Scimpanzé pigmeo” fu l’anatomista Ernst Schwarz, il quale aveva immaginato l’animale più piccolo di quanto si rivelò poi in realtà. In effetti la testa del bonobo è sensibilmente più piccola di quella dello scimpanzé comune, ma nel complesso il bonobo non è poi molto più piccolo.
Prima che il bonobo venisse riconosciuto ufficialmente come specie a se stante nel 1933, l’uomo aveva fatto conoscenza con alcuni esemplari di questa specie, scambiandoli però per scimpanzé comuni. Pare che ne abbia posseduto uno anche lo zoo di Anversa nei primi anni del XX secolo. Possessore inconsapevole anche il primatologo Robert Yerkes: nel 1923 venne in possesso di due scimmie, che chiamò Chim e Panzee, e successivamente annotò che mentre il primo era socievole e giocoso, il secondo era scontroso e irascibile. A posteriori sappiamo che il primo era proprio un bonobo, ma il caratteraccio del suo “fratellastro” scimpanzé sembra possa esser ricollegato alla tubercolosi che aveva contratto.


 

Robert Yerkes assieme a Chim (a destra) e Panzee (a sinistra)

Il nome bonobo emerse a partire dagli studi condotti su esemplari in cattività da Eduard Tratz e Heinz Heck, rispettivamente uno zoologo e il direttore dello zoo di Monaco. L’articolo che li riportava uscì nel 1954, quando i tre bonobo dello zoo erano già tutti morti in seguito ad un bombardamento di guerra, probabilmente a causa dello stress. È a questo fatto che Caparezza fa riferimento quando dice:

“Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale i bonobo dello zoo di Hellabrunn morirono di spavento. Alle altre scimmie non accadde nulla”

Hellabrunn è per l’appunto il giardino zoologico di Monaco.

Nel 1972 Arthur Horn tentò il primo studio dell’animale sul campo, ma fu un fallimento: i bonobo fuggivano non appena si accorgevano della sua presenza, e in due anni di permanenza in Congo Horn riuscì ad osservarli per non più di sei ore!
Stesse difficoltà osservative pesarono sui lavori di equipe che seguirono Horn sul territorio stabilendosi nei siti strategici in pianta stabile. La svolta che ha reso famoso il bonobo arriva però tra il 1983 e il 1984: Frans de Waal raccoglie e pubblica dati sulla sessualità dei bonobo che impressionano il pubblico. Si parla di attività sessuali slegate dalla procreazione, sesso orale, baci con la lingua, ecc. L’immagine oggi comune del bonobo è basata su questo studio, ciò che però normalmente non viene messo in evidenza è che de Waal ha osservato solo ed unicamente esemplari in cattività, senza aver mai potuto documentare i comportamenti dei bonobo nel loro habitat naturale.


Frans de Waal

L’attenzione suscitata dalle rivelazioni di de Waal  ebbe però il merito di indirizzare i finanziamenti alla ricerca verso lo studio sul campo dei bonobo, e a beneficiarne fu Gottfried Hohmann, fino a quel momento dedito allo studio della comunicazione vocale tra i macachi e i langur. Hohmann non vedeva l’ora di incontrare i bonobo, perché su di essi giravano informazioni sbalorditive: in cattività le femmine si mostravano interessate al sesso anche quando non erano in grado di concepire e i maschi sembravano essere dominati da loro, le femmine poi stringevano tra di loro legami più forti di quelli esistenti tra maschi e lo facevano attraverso pratiche riconoscibili come sessuali.
Anche i dati raccolti in natura da un’equipe giapponese confermavano lo stereotipo del bonobo pacifico e amante del piacere, ma Hohmann criticava il metodo di studio adottato in quel caso, visto che gli studiosi giapponesi avevano pensato bene di facilitare l’osservazione della specie attirando gli esemplari con del cibo. Ad un certo punto i bonobo si alimentavano con della canna da zucchero piantata in un campo apposta per loro dai primatologi nipponici. In gergo tecnico si parla di “approvvigionamento”, Hohmann lo chiamava sprezzantemente “aprire un ristorante”. I timori di Hohmann riguardo alla possibilità che ingerenze di questo tipo potessero alterare l’etologia degli animali non sembrano infondati, se è vero che, per esempio, le femmine di bonobo studiate dai giapponesi partorivano più frequentemente di quelle studiate poi da Hohmann.
Il vantaggio che Hohmann aveva rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi è che lui non dipendeva da un’università ma dall’Istituto Max Planck di Antropologia Evolutiva di Lipsia, quindi poteva beneficiare di finanziamenti a lungo termine e non aveva obblighi didattici a cui doveva ottemperare. Gli altri avevano spesso fretta di pubblicare qualcosa e di presentare dati interessanti, Hohmann poteva dedicarsi invece ad un’osservazione non influenzata da aspettative e scadenze, ed era seriamente intenzionato a metterci tutto il tempo che ci sarebbe voluto, senza alcuna fretta. Ad un editore che gli chiedeva un libro sui bonobo mentre gli studi ancora fervevano rispose tranquillamente che era troppo presto.

Gottfried Hohmann, con una mascherina sul volto per evitare di trasmettere malattie umane agli animali

Le sue ricerche iniziarono nel 1989 e divennero la sua vita, basti pensare che Barbara Fruth, che si unì a lui nello studio dei Bonobo, divenne sua moglie, e che dal 1997, poco dopo la nascita del loro primo figlio, visse stabilmente in Congo a tempo pieno. Era lì anche allo scoppio della guerra civile: le truppe governative intimarono a lui e a chiunque altro potesse aiutare i ribelli di sgombrare l’area, in quell’occasione abbandonarono la propria postazione anche gli studiosi giapponesi. Quando poté fare ritorno al campo fu prima trattenuto per un po’ in quanto sospettato di essere una spia.
Nel 1991 nel frattempo i bonobo erano diventati finalmente delle star mondiali, noti anche al grande pubblico, grazie alle fotografie di Frans Lanting. Il fotografo si recò sul campo per ottenere i primi scatti di bonobo nel loro habitat e tornò con testimonianze dei loro costumi sessuali talmente esplicite che il National Geographic decise di selezionare e pubblicare solo quelle più blande. Lanting si diceva convinto della straordinaria vicinanza dei bonobo agli esseri umani, al punto che non amava riferirsi a loro come “animali”, preferendo chiamarli “creature”. Non passò molto tempo che Lanting finì a collaborare con de Waal, e le sue foto vennero messe al servizio delle tesi di questo. Ne derivarono diverse pubblicazioni, ma soprattutto il libro illustrato “Bonobo: the forgotten ape” fissò una volta per tutte l’immagine mediatica di queste scimmie. Ma cosa aveva fotografato di preciso Lanting? I bonobo che si trastullavano nella piantagione di canna da zucchero dei Giapponesi!

Cure parentali tra i bonobo, una delle splendide foto di Frans Lanting

 Molta enfasi venne data alle foto che mostravano bipedismo nella specie, suggestione utile ad accrescere la sensazione di vicinanza a questi animali, ma questa posa, assolutamente non fissa, non è rara tra i primati ed è anzi tipica, per esempio, della scimmia che sta proteggendo dagli assalti delle altre il proprio cibo (non a caso nelle foto in questione spesso i bonobo sembrano maneggiare qualcosa di commestibile). In effetti uno studio successivo sembrò mostrare che la quantità di tempo trascorsa su due zampe è la stessa per bonobo e scimpanzé

Bipedismo nei bonobo

Fu de Waal a rendere popolare l’antitesi bonobo-scimpanzé, rappresentando il primo come un essere che risolve le questioni di potere attraverso il sesso e il secondo come un essere che risolve le questioni di sesso attraverso il potere. “Se gli scimpanzé vengono da Marte, i Bonobo vengono da Venere” ebbe a dire una volta.


   

Nel popolarizzare il soggetto de Waal gli diede anche un’aura di proibito. Sosteneva che il bonobo era scomodo perché spingeva ad affrontare un argomento tabù come il sesso e rimetteva in discussione certe idee sulla natura umana. Perfino il ritardo con cui la scienza era finita ad occuparsene era dovuto all’imbarazzo che il bonobo suscitava. De Waal amava dire che il bonobo era “sexy”.
Però di almeno una cosa de Waal non è responsabile: l’idea di un bonobo completamente pacifico non si è diffusa a partire dai suoi lavori, visto che lui un certo grado di aggressività tra i bonobo l’aveva osservato e registrato. In compenso può aver suggerito qualcosa di molto simile quando scriveva queste cose:

“Chi avrebbe potuto immaginare un nostro parente stretto in cui le alleanze tra femmine intimidiscono i maschi, il comportamento sessuale è ricco come il nostro, gruppi differenti non combattono ma si mescolano, le madri assumono un ruolo centrale e il più grande successo intellettuale non è costituito dall’uso di strumenti ma dalla sensibilità verso il prossimo?”

Eppure perfino lui si è sentito in dovere di raffreddare gli entusiasmi di chi aveva fatto del bonobo, anche e soprattutto grazie ai suoi lavori, un ideale di comportamento:

Chi viene a conoscenza dei bonobo si innamora troppo, com’è successo nella comunità gay o in quella femminista. Tutto ad un tratto abbiamo un primate politicamente corretto, a quel punto devo fare da contraltare e calmarli: i bonobo non sono sempre carini l’uno con l’altro

Ma mentre de Waal raccoglieva storie piccanti sui bonobo in cattività e riscuoteva successo un po’ ovunque, cosa osservava Hohmann sul campo? In effetti nulla di paragonabile a ciò che aveva visto e documentato de Waal: per lunghi periodi i bonobo non sembravano far nulla di interessante, si limitavano a mangiare, dormire e defecare, senza nemmeno dedicarsi al sesso che li aveva resi tanto celebri e discussi. Per non parlare della tanto famigerata generosa condivisione di cibo, del tutto assente.
Il primatologo Craig Stanford ha provato a spiegare il diverso comportamento dei bonobo in cattività con l’ipotesi che cibo e sesso devono essere probabilmente l’unico modo che hanno i bonobo prigionieri in una gabbia per sfuggire alla noia. Se poi lo scimpanzé nelle stesse condizioni non attua le medesime strategie, questo non ci dice nulla di più di quello che già sappiamo, e cioè che animali diversi reagiscono diversamente alla cattività.
Ma momenti di maggior eccitazione ogni tanto capitavano, anche se non erano esattamente in linea con il mito della scimmia mite e tendenzialmente vegetariana: i bonobo ogni tanto cacciano cefalofi, li smembrano per mangiarli (spesso sono le femmine a farlo) e può capitare che inizino a cibarsene partendo dagli intestini mentre la sfortunata preda è ancora viva e agonizzante. Per la cronaca, è stata documentata anche la predazione di altri primati.

Un cefalofo, vittima occasionale dei bonobo

Tra le varie cose, Hohmann ha osservato anche zuffe tra bonobo, in un caso sospetta perfino che un maschio abbia riportato ferite mortali, ma non ha potuto accertarsene. Stesso dubbio su un possibile infanticidio: Hohmann un giorno aveva visto un cucciolo sottratto alla madre da un’altra femmina e il giorno dopo lo aveva visto di nuovo con sua madre, ma oramai morto. Molto probabile che la rapitrice non si sia curata del piccolo dopo averlo sottratto alla madre e l’abbia lasciato morire di inedia, possiamo affermare questo perché una cosa analoga avvenne in cattività allo zoo di Twycross (Inghilterra), anche se in quell’occasione per fortuna il piccolo, indebolito e disidratato, fu recuperato dagli operatori prima che fosse troppo tardi.

Chi sono i bonobo
Ma forse non è nemmeno necessario andare fino in Congo per iniziare ad avere qualche dubbio sulla testimonianza di de Waal, perché in effetti altri studiosi che si sono dedicati sempre ad esemplari in cattività hanno riportato comportamenti molto diversi da quelli pubblicizzati dall’olandese.

Il biologo belga Jeroen Stevens ha riportato casi di bonobo che ne attaccano altri staccando loro le dita a morsi per poi masticarle. È quello che accadde per esempio ad Apenheul (Olanda) ad un povero maschio aggredito da un gruppo di femmine. Allo zoo di Stoccarda invece una femmina aggressiva ha preferito addentare il pene del malcapitato di turno. Ma se non si ritenesse Stevens degno di fede, si potrà sempre chiedere ai custodi degli zoo di Columbus e San Diego che hanno perso delle dita per colpa di attacchi di questo tipo. O a quei poveretti che, dopo aver liberato dei bonobo in seguito ad un periodo di cattività, sono stati aggrediti perdendo, complessivamente, un naso, un orecchio e pezzi di dita (due delle vittime hanno dovuto subite interventi di chirurgia plastica). Comunque anche in natura si è notato che la maggioranza degli individui ha invalidità di questo tipo dovute a probabili lotte.

Stevens ritiene che certi incidenti siano capitati perché anche chi lavora negli zoo è stato persuaso dalla propaganda della intrinseca ed ineliminabile bonarietà del bonobo, dunque è portato ad interagirci senza la dovuta prudenza. È convinto soprattutto che l’aggressività bonobo emerga maggiormente quando i gruppi si allargano, e che allargando a sufficienza un gruppo in cattività si potrebbe perfino osservare all’interno di esso l’omicidio. Contrariamente a quanto suggerirebbe il luogo comune, Stevens ha l’impressione che i bonobo in realtà vivano costantemente in uno stato di tensione, e che i tanto vituperati scimpanzé siano in realtà molto più rilassati.

Tra le varie cose, Stevens ha ridimensionato anche l’eccezionalità della sessualità bonobo, affermando che sono più che altro gli esemplari giovani ad essere molto attivi. Ma anche il già citato Craig Stanford sotto questo punto di vista ha gettato acqua sul fuoco: in un suo studio del 1997 conclude che le femmine bonobo non si accoppiano più frequentemente delle femmine di scimpanzé, in un’altra occasione ha invece riferito che in natura gli scimpanzé maschi si accoppiano anche più di quanto facciano i maschi bonobo.

De Waal ha replicato che le affermazioni di Stanford valgono solo perché lo studioso non tiene conto del sesso omosessuale: secondo de Waal l’attività sessuale tra femmine di bonobo alzerebbe di molto il numero medio di rapporti. Il problema è che quello che de Waal identifica come sesso omosessuale tra bonobo femmine è uno sfregamento genitale che non è chiaro se debba essere considerato un’attività sessuale, a parere di Stanford probabilmente no.

Ma se anche fosse come dovremmo interpretare gli sfregamenti genitali offerti da femmine di bonobo ad altre che avevano rapito i loro cuccioli (cose effettivamente osservate in cattività)? Alla luce di fatti di questo tipo non ha molto senso dire che i bonobo evitano le lotte attraverso il sesso, forse è più credibile che scatenino lotte per avere del sesso. Comunque c’è dell’altro: in effetti un incremento dell’attività sessuale tra i bonobo è comunemente osservata in presenza di cibo, che il sesso sia una merce utilizzata per farsi concedere dagli esemplari dominanti l’accesso al cibo? Potrebbe essere, del resto sembra che le femmine di bonobo raggiunta l’adolescenza si disperdano in altri gruppi e che per farsi accettare nelle nuove comunità inizino ad offrire prestazioni sessuali ai maschi dominanti. Si tratta di comportamenti che, trasferiti nel mondo umano, verrebbero riconosciuti come prostituzione, sfruttamento ecc. Non si capisce bene cosa ci sia di idilliaco in uno scenario del genere. I bonobo spesso fanno sesso per poter mangiare o per evitare di essere aggrediti, chiamarlo “sesso per allentare la tensione” è un crudele e fuorviante eufemismo.
Comunque, al di là di tutto ciò, è assurda la tesi sostenuta nella canzone di Caparezza in base alla quale il bonobo sarebbe pericoloso perché:

“Dimostra che in natura esiste l’omosessualità”

Intanto perché comportamenti apparentemente omosessuali si ritrovano un po’ in tutto il regno animale, senza che occorra l’esempio dei bonobo, e poi perché generalmente tali comportamenti avvengono in contesti e secondo modalità tali che la comparazione con il comportamento omosessuale umano risulta assai problematica, ma per parlarne ci vorrebbe un articolo a parte.

Una parola anche sulla posizione assunta dai bonobo durante la copula, quella faccia a faccia che sembra così inconsueta nel regno animale quanto tipica della specie umana: in realtà in natura i bonobo si accoppiano come tutte le altre scimmie, e si registra appena un 5% di accoppiamenti “con contatto visivo”, che guarda caso sono quelli che sono avvenuti a terra anziché sugli alberi. In effetti in cattività questa posizione può essere stata adottata con maggior frequenza semplicemente per via della mancanza di alberi.

Femmine bonobo nella famosa posizione vis-a-vis


Per quanto riguarda il predominio delle femmine sui maschi, i dati raccolti in natura non sono sufficienti a farsi un’idea precisa al riguardo, tutto lascia pensare però che le gerarchie all’interno del gruppo siano molto più complesse di così, che dipendano dai contesti e che possano basarsi in buona parte su alleanze madre-figlio.

Una piccola curiosità: l’antropologo Brian Hare ha sottoposto a dei bonobo il famoso test di Kiley Hamlin e i risultati possono essere di qualche interesse. Questo test normalmente viene somministrato a bambini umani piccolissimi per verificare la presenza in loro di un germe di valutazione morale, lo svolgimento dell’esperimento è questo: ai soggetti viene mostrata un’animazione in cui un cerchio cerca di salire lungo un pendio e apparentemente lo fa con fatica, finché non arriva un triangolo a rispedirlo a valle o non interviene un quadrato ad aiutarlo spingendolo verso la cima. I bambini umani sembrano simpatizzare col “buon” quadrato, i bonobo invece, probabilmente influenzati più da logiche di dominio che da qualcosa di simile alla morale comunemente intesa, sembrano preferire invece il triangolo “malvagio”. Naturalmente non è ovvio che abbia senso sottoporre un test del genere ai bonobo, e dunque è problematico capire cosa significhino davvero gli esiti dell’esperimento.

Chi sono dunque i bonobo? Splendidi animali che meritano di essere apprezzati per quello che sono, non per quello che vorremmo che fossero.

Piccolo di bonobo, foto di Frans Lanting

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